Nonostante la relatività della vittoria dell'Ulivo, con la sconfitta di Forza Italia si aprono per l'opposizione prospettive più ottimistiche. Perciò ha senso non solo imitare il listone nel progettare unificazioni, coalizioni, confederazioni; ma soprattutto, diversamente da quanto sta ancora facendo il listone, indicare un programma politico preciso, capace di misurarsi con i problemi del paese. Se si parla di programmi concreti, e non di organigrammi (anche il tormentone di chi rappresenta i movimenti è in fondo un affare di questo tipo), è più facile che le forze della sinistra-sinistra scoprano di non avere niente che giustifichi la loro persistente separazione. Pensiamo per esempio ad alcuni punti che sono emersi già nella campagna elettorale europea, e che hanno tutti i titoli per diventare i primi di un impegno comune della sinistra: la revoca della legge 30 sul lavoro; lo smantellamento della "riforma" Moratti che sta facendo danni incalcolabili alla scuola pubblica. La revoca della legge sulla procreazione assistita. Si tratta di sgombrare anzitutto il campo da provvedimenti che spingono la scuola, la ricerca, la condizione dei lavoratori verso un disastro ormai evidente a tutti, che tutti provano sulla propria pelle (o sulla plastica dei propri portafogli). Dunque, non è così inverosimile costruire un programma di sinistra concreto e comprensibile a tutti. Una simile impresa non dovrebbe però distoglierci dal problema che si impone come il più grave, e per il quale non si possono inventare soluzioni valide solo per l'Italia. Lo chiameremmo, per usare una espressione storica (e per alcuni famigerata) il problema del "socialismo in un solo paese". Gran parte delle politiche sociali a cui potremmo mettere mano una volta liberata la scena italiana da Berlusconi e dalla sua banda minacciano infatti di creare alla nostra economia rischi di incompatibilità, o di minore concorrenzialità, con la struttura fondamentalmente liberista del mercato internazionale dentro cui stiamo. E' una sorta di nuovo fattore K, una sorta di rassegnazione al "riformismo" nel senso peggiore della parola; per cui ci si sente chiamati ad aiutare il sistema del capitalismo concorrenziale a superare qualcuna delle sue crisi; certo non si immagina nemmeno lontanamente di dover progettare un'economia diversa, quella che una volta si chiamava socialismo. Con questo spirito di rassegnazione non si va da nessuna parte, soprattutto non si convincono certo gli elettori ad andare alle urne, meno che mai a votare per una opposizione così poco propositiva. Disperare, allora? Certo no, ma cominciare a mettere sul tavolo del ripensamento di questi giorni anche tutta la grande questione della nostra collocazione internazionale. Alla recente conferenza sull'Aids Brasile, Messico, Sud Africa e altri paesi hanno dato una lezione a Big Pharma e ai suoi paladini anglo-americani. E presto ricominceranno le eterne trattative del Wto, dove noi - non solo il governo Berlusconi, purtroppo - non abbiamo saputo mai uscire dalla ortodossia predatoria dell'Occidente. Ben al di là dell'insofferenza per Bush e i suoi accoliti, non sarebbe ora di scoprire, anche sul piano culturale, che la sinistra o è anti-americana (meglio sarebbe dire altermondialista) o non è?
Gianni Vattimo

Gianni Vattimo

Gianni Vattimo (Torino, 1936) è uno dei più importanti e noti filosofi italiani. I suoi studi su Heidegger e Nietzsche hanno avuto risonanza internazionale e, al pari delle sue opere successive, sono state tradotte in varie lingue. Ha curato l’edizione della Garzantina Filosofia (1981). Vattimo collabora con diverse testate italiane e internazionali. Con Feltrinelli ha pubblicato Al di là del soggetto (1981), Il pensiero debole (1990; con Pier Aldo Rovatti) e Verità o fede debole? Dialogo su cristianesimo e relativismo (2015; con René Girard). Sta pubblicando le sue Opere complete con Meltemi, presso cui è uscito anche Addio alla verità (2009).

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