Il gioco delle "indiscrezioni" ora punta su Tehran. A Washington è atteso il rapporto finale della commissione d'indagine istituita dal Congresso sugli attacchi dell'11 settembre 2001 e da tre giorni circolano "anticipazioni" che tirano in causa l'Iran. Sono "alti funzionari del governo" a farle circolare: la prima, lanciata da ‟Time magazine” e poi domenica dal ‟New York Times”, dice che una decina dei dirottatori dell'11 settembre passarono sul territorio iraniano tra la fine del 2000 e l'inizio del 2001; le guardie di frontiera avevano istruzione di non mettere timbri sui passaporti di uomini di al Qaeda di ritorno dai campi di addestramento allora in Afghanistan, e ciò li ha favoriti perché un timbro iraniano avrebbe provocato controlli molto approfonditi al momento dell'entrata negli Stati uniti. La commissione non ha però nessuna prova che l'Iran fosse a conoscenza del piano dell'11 settembre, dicono le indiscrezioni. ‟Asharq al-Awsat”, quotidiano arabo stampato a Londra, ieri ha pubblicato ulteriori dettagli citando come fonte un dirigente delle Guardie della Rivoluzione iraniane: il transito degli uomini di al Qaeda fu arrangiato con un incontro tra il numero due di bin Laden, Ayman al-Zawahri, e un generale delle Guardie della Rivoluzione. A Washington queste indiscrezioni si traducono in nuove critiche verso l'amministrazione Bush: dopo l'11 settembre si è accanita a cercare legami tra al Qaeda e Saddam Hussein (ora definitivamente esclusi dall'indagine del Congresso), mentre ci sarebbero stati molti più indizi di una connessione iraniana. E potrebbero finire per ridare fiato alla fazione dell'amministrazione che vuole una politica molto più aggressiva verso l'Iran. (Anche il governo israeliano è all'attacco: giorni fa Ariel Sharon ha definito l'Iran "il maggiore pericolo per l'esistenza di Israele" e domenica il ‟Sunday Times” pubblicava un'altra "indiscrezione", l'esistenza di un piano già definito nei dettagli per distruggere l'impianto nucleare iraniano di Bushehr).
A Tehran le indiscrezioni della stampa americana sono respinte. Il governo iraniano ha ribadito in questi giorni che le cellule di al Qaeda presenti in Iran sono state smantellate, i loro membri estradati nei rispettivi paesi: lo ha ripetuto sabato il ministro per l'intelligence Ali Yunesi (parte del governo riformista). Lo ha detto anche il vicepresidente Ali Abtahi, persona molto vicina al presidente Mohammad Khatami: in un'intervista pubblicata ieri dal ‟Financial Times ‟Abtahi fa notare che al Qaeda ha avuto due obiettivi recenti, "gli sciiti e gli Usa". Il vicepresidente auspica una distensione con Washington. Fa però notare che quando si tratta delle relazioni con gli Usa "il governo non è solo a decidere. Ci sono altre istituzioni, e in particolare la Guida suprema [Ali Khamenei] che hanno la loro opinione. E la cosa principale per il leader supremo è `diffidare degli Usa'".
Ali Abtahi riconosce del resto che il governo riformista è sempre più limitato nella sua azione, con un parlamento a maggioranza conservatrice. Istituzioni come le Guardie della rivoluzione o la magistratura rispondono direttamente alla Guida suprema. E la nuova aggressività dei conservatori è evidente nel processo per l'uccisione di Zahra Khazemi, la fotogiornalista iraniano-canadese uccisa il 10 luglio del 2003 dopo essere stata arrestata davanti al carcere di Evin, a Tehran.
Il processo è stato interrotto domenica, dopo solo tre udienze; la sentenza sarà pronunciata a giorni. Il collegio di difesa dei familiari di Khazemi, guidato dalla premio Nobel Shirin Ebadi, ha protestato: accusato di "omicidio semi-intenzionale" è un agente dei servizi segreti ma ci sono chiari indizi che non sia stato lui a colpire la donna, bensì un altro, un ufficiale della magistratura. Ma la corte non ha voluto ascoltare fatti né interrogare testimoni, accusa Ebadi. Ieri il portavoce del governo iraniano si è unito alla critica: "Dal nostro punto di vista la persona sotto processo è innocente. Ma la decisione finale spetta al giudice". Il processo dunque ha mostrato una magistratura e un governo ai ferri corti - e ha alzato la tensione con il Canada, che ha deciso di ritirare il suo ambasciatore per protesta.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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