Il presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Amos Luzzatto, medico e studioso, non esita a commentare l'appello di Sharon con la ben nota fermezza. "Devo ricordare - dice - che lo Stato di Israele poneva, fra gli scopi della sua nascita, quello di fornire rifugio a tutti gli ebrei in pericolo ovunque si trovassero. Pertanto, non c'è da meravigliarsi della dichiarazione di Sharon. Agli ebrei francesi consiglierei anche, se possibile, di sollecitare le forze sociali e politiche del loro paese contro il ritorno di minacce antisemitiche che, come già in passato, anche oggi sono pericolose non solo per gli ebrei ma per il complesso della società nella quale vivono".

Nell'esortazione di Sharon c'è un esplicito riferimento alla comunità musulmana. Che ne pensa?
È probabile che all'interno della popolazione musulmana francese si annidino elementi fondamentalisti che oggi incitano contro Israele e contro gli ebrei in genere, però sarei molto cauto nel tracciare un'identità irrimediabile fra musulmani e fondamentalisti antisemiti. In Italia, per esempio, una parte almeno del mondo musulmano si trova in dialogo positivo e interessante con il mondo ebraico. Voglio sperare che il dialogo si allarghi contestando efficacemente la strumentalizzazione della religione da parte di gruppi violenti.

A proposito dell'Italia. Da noi ci sarebbe qualche ragione che possa giustificare un appello analogo?
Credo che l'Italia non sia esente da pericoli di incitamento contro gli ebrei: pericoli che per il momento si esprimono prevalentemente in termini culturali, recuperando antichi motivi di diffamazione legati a certi stereotipi. Quegli stessi motivi, non dimentichiamolo, erano propri della propaganda razzistica dalla quale sono derivate leggi e persecuzioni materiali nel '33 in Germania e nel '38 in Italia. Noi chiamiamo tutta la società civile e democratica a isolare, condannare e contrastare questi fenomeni anche nel nostro Paese.

Ma l'appello di Sharon non rischia di esacerbare gli animi e di richiamare in vita gli antichi fantasmi?
Ricordiamoci che prima ancora della fondazione dello Stato di Israele, tra gli obiettivi del sionismo c'era quello di fornire un possibile aiuto e rifugio agli ebrei perseguitati nel mondo. Questo fa parte della vocazione stessa del sionismo. Nel 1950, quando Sharon era ancora un ufficiale dell'esercito, fu emanata la legge del ritorno, che permetteva agli ebrei, quando avevano paura, di trovare un luogo che li accogliesse fraternamente. Dunque, lo ripeto, nell'appello di Sharon non c'è nulla di eccezionale. Ciò non vuol dire che tutti decideranno di rifugiarsi in Israele.

Che cosa vorrebbe dire a tutti quelli che decidono di rimanere?
Che hanno il dovere verso se stessi e verso il paese in cui abitano di far capire che il razzismo e l'antisemitismo sono nemici della società civile, sono un tarlo che fa crollare un'intera civiltà.

Da che cosa nascono l'intolleranza e il razzismo in Francia? Dal fatto puramente numerico che vi risiedono la più ampia comunità ebraica e la più ampia comunità musulmana d'Europa?
In Francia la situazione degli ebrei è davvero precaria, hanno paura a uscire di sera. Non so dire perché succede. Questo è un problema della società francese, che deve fare di tutto per affrontare le tendenze della decomposizione civile in gruppi l'un contro l'altro armati. Bisogna capire che l'antisemitismo è una malattia che si allarga a macchia d'olio.

Nei campi di sterminio non c'erano solo i triangoli gialli degli ebrei. L'Europa, secondo lei, è sensibile alla questione del razzismo e dell'antisemitismo?
Sono tutte questioni all'ordine del giorno dell'Unione Europea. Da alcuni anni è in opera una task force per spiegare in tutti i paesi europei che cos'è stato l'Olocausto. Abbiamo fatto seminari definendo precisi programmi di lavoro. La speranza ancora una volta si chiama Europa. Perché superare i confini e le divisioni tra le genti è un bel passo avanti.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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