Uso il titolo del bel film di Francesco Rosi (e del romanzo di Edmonde Charles-Roux) per proporre una domanda che tormenta chi scrive sui rapporti fra politica e giustizia. La domanda è questa: Palermo è un caso a parte e qualunque cosa accada a Palermo va vista nella cornice di un fatto speciale, che si spiega solo a Palermo, oppure la distorsione è in noi, in quella parte dell’opinione pubblica e giornalistica che, per istinto, considera "diverso" ogni evento che accade a Palermo?
In queste ore, in questa redazione (ma non credo soltanto qui) stiamo cercando di capire il senso di ciò che è accaduto alla Procura di Palermo.
Il protagonista è Totò Cuffaro, l’ormai celebre presidente della Regione. È al centro di una complessa inchiesta di mafia (parlando di inchiesta parliamo di accuse, naturalmente, non di sentenze). Nei giorni scorsi, il sostituto incaricato di quella inchiesta, Gaetano Paci, ha formulato nei confronti del presidente della Regione Sicilia l’accusa di ‟concorso esterno in associazione mafiosa”. Il capo della Procura di Palermo ha deciso invece, sulla base delle stesse evidenze, delle stesse carte, nella stessa inchiesta, di definire le azioni eventualmente commesse da Cuffaro ‟favoreggiamento”. Come è noto, inchieste di questa delicatezza e complessità si conducono in pool, cioè in gruppo. Come è noto gli altri magistrati del gruppo hanno convenuto con il capo della Procura: favoreggiamento. Anche per gli inesperti la differenza è grande. Infatti il sostituto Paci ha deciso di non firmare l’imputazione modificata, ed è stato esonerato dall’inchiesta. Ma perché? Quale ragione ha indotto un gruppo di magistrati al lavoro insieme su un argomento di immensa delicatezza e di grande rilievo a dividersi in pubblico su un punto come quello del formulare l’imputazione? C’era un errore? Di chi?
Non c’è motivo di non avere uguale rispetto e uguale fiducia per magistrati che lavorano insieme sul fronte più infuocato di questo Paese, esposti ogni giorno a un rischio personale che l’anniversario - celebrato proprio in questi giorni - del giudice Borsellino ci ha ricordato.
Ma è impossibile restare indifferenti di fronte alla vicenda e considerarla una normale sequenza di fatti. È impossibile non notare la differenza rilevante fra le due imputazioni, impossibile non chiedersi dove, come, perché si è determinata la frattura del gruppo di lavoro.
Sono domande che riguardano la vita di un Paese vandalizzato e spinto verso la illegalità da un governo dannoso e morente e dalla sua maggioranza, ma ancora garantito dalla sua magistratura. Perciò questo giornale dedica tutta la sua attenzione all’evento, ne ricostruisce le sequenze, cerca risposte, raccoglie le voci di chi può aiutare a capire o almeno a offrire una sua spiegazione. Meglio, molto meglio del silenzio.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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