Ora non resta che sperare. Tutto è pronto per la salita finale. "L'incognita è il vento. Se soffia a 150 all'ora come ieri, dovremo scendere. È un inferno", comunicavano via radio ieri dal campo 2 all'appuntamento delle otto di sera. Il cielo appare finalmente sgombro di nubi. Il primo spicchio della luna crescente illumina le cime. Il termometro non supera i meno dieci. I portatori balti del posto sostengono che quando il Chogolisa (7.628 metri) è pulito di nubi farà sereno. Ieri la grande pala di ghiaccio bianchissimo, che sovrasta il Baltoro dalla parte opposta al K2, era totalmente visibile. Ma tutto è ancora da fare. Secondo le previsioni della Società Metereologica Italiana, già ieri mattina sarebbe stato possibile salire alle alte quote. E invece gli alpinisti sono rimasti tutto il giorno chiusi nelle tendine sferzate dalla bufera. Erano partiti dal campo base giovedì mattina alle cinque. La colazione a base di Ovomaltina, miele e biscotti. I valtellinesi ci aggiungono speck e bresaola. Poi un ultimo controllo allo zaino. Paolo Confortola, di Valfurva, prepara in fretta e furia il suo. Pesa circa 8 chili. Contiene: una bomboletta del gas, maglietta, occhiali da sole di riserva, calze, calzamaglia, passamontagna, 10 barrette energetiche, una minestrina liofilizzata, un pezzo di formaggio Casera del suo paese, borraccia e thermos. Più in alto, al campo base avanzato, prenderà ramponi, materiale da arrampicata e casco. E assieme ai suoi 5 compagni nel pomeriggio arriva ai 6.100 metri del campo uno. Altri 9 salgono invece ai 6.650 del campo due. Qui nelle tendine d'alta quota trovano i sacchi a pelo, fornellini e cibo depositati nei lunghi trasporti di acclimatamento delle ultime settimane. "Le prossime ore saranno decisive. Qui ci sono compagni che prima erano all'Everest e sono in ballo da oltre quattro mesi. Non ne possono più, o la va o la spacca", dice Giuliano De Marchi, capo spedizione vicario della "K2-2004, 50 anni dopo". Oggi con altri 6 compagni andrà al campo due, pronto a seguire il drappello di punta. Su, sempre più su, lungo le corde fisse, per il "Camino Bill", la "Piramide nera", sino alla "Spalla" e infine le incognite del "Collo di bottiglia", uno scivolo di ghiaccio ripidissimo, soggetto al pericolo della caduta dei seracchi sommitali, che rappresenta l'ultima barriera prima dei dolci pendii adducenti alla vetta. Sono i nomi di un mito: le tappe dell'epopea agli 8.611 metri del K2. Nomi che si leggono ripetutamente nei diari della salita italiana allo Sperone degli Abruzzi mezzo secolo fa. A ripercorrerli oggi i più giovani continuano a ripetere parole di ammirazione per i primi apritori della via. Gli scenari sono due: la cima o la ritirata. Restare troppo tempo in quota ad attendere non si può. Il corpo si debilita e non recupera. Nel primo caso, se oggi farà bello, chi sta al campo due dovrà salire alla "Spalla", un dolce pendio nevoso dove il problema sarà marciare nella neve alle ascelle, cercare l'involucro di una grossa tenda da 9 posti abbandonata nella bufera una settimana fa e trasportarla verso i 7.700 metri per montarla e passarvi la notte. Uomo di punta dovrebbe essere Adriano Greco, uno dei più noti skyrunners italiani. Nessuno al mondo ha mai battuto il suo record: 23.000 metri di dislivello saliti in 24 ore. Così domani dovrebbe diventare il giorno decisivo. Sarà necessario battere traccia dove i portatori pakistani, pochi giorni fa, si sono ritirati dicendo: "Di qui passano solo gli yak". Poi fissare alcune centinaia di metri di corde fisse nell'aria sempre più rarefatta. Si calcola che dopo gli 8.000 metri il tasso di ossigeno non superi il 25-30 per cento rispetto al livello del mare. La vetta sarà il sogno realizzato, da assaporare in pochi minuti. Il tempo di fare qualche foto, prendere le misure col Gps per la gioia del gruppo degli scienziati al seguito e poi giù a capofitto, il più veloce possibile, per raggiungere quote dove respirare non è più uno sforzo di volontà. Ma nessuno nega che le possibilità di sconfitta restano altissime. Dal 1954 ad oggi decine di spedizioni composte dal fior fiore dell'alpinismo internazionale hanno dovuto rinunciare. Tranne quattro spagnoli, gli italiani sono gli unici che tentano la finestra del bel tempo prevista per il fine settimana. Anche il gruppo degli Scoiattoli di Cortina si dà tempo e mira ai primi di agosto per ritentare. Addirittura, alcune spedizioni internazionali hanno abbandonato il campo base e stanno rientrando verso Islamabad. Lo sanno bene tutti: il K2 non perdona. Tanto per capirci, sull'Everest sono saliti circa 2.000 alpinisti, sul K2 meno di 200. E il tasso degli incidenti è altissimo: uno su tre di quelli che hanno tentato la cima non sono tornati, la maggioranza caduti in discesa.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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