Infine, la Banca Mondiale ha messo all'indice l'azienda canadese Acres International: per i prossimi 3 anni non potrà ottenere contratti finanziati dalla Banca. Il motivo è che Acres, grande ditta di costruzioni, è stata condannata dal tribunale del Lesotho per aver versato tangenti al presidente del Lesotho Highlands Water Project (Lhwp), l'ente che ha costruito e gestisce un gigantesco complesso di dighe e opere idrauliche nel piccolo paese montagnoso, sorta di enclave circondata dal Sudafrica. Acres era stata condannata nel settembre 2002, e secondo i codici di condotta della Banca le aziende riconosciute colpevoli di corruzione perdono il diritto a ottenere futuri contratti finanziati dall'organismo internazionale. La Banca Mondiale però è sembrata molto restìa a procedere contro Acres. Il fatto è che la ditta canadese è solo la prima di ben 12 aziende coinvolte nel clamoroso scandalo delle dighe del Lesotho: tutti grandi nomi, una sorta di who's who della cantieristica mondiale. Le dighe del Lesotho erano arrivate alla ribalta delle cronache internazionali nel 1999 quando l'ex presidente del Lhwp, Masupha Ephraim Sole, è finito in tribunale per aver preso circa 2 milioni di dollari in tangenti dalle aziende appaltatrici. Era la prima volta che un caso di corruzione in un paese in via di sviluppo vedeva imputate aziende del mondo ricco, e in così gran numero: oltre a Acres International sono l'Abb svizzero-svedese, le francesi Spie Batignolles e Dumez, le tedesche Lahmeyer Consulting Engineers, Diwi Consulting e Ed Züblin, il consorzio internazionale Highland Water Venture (che comprende l'italiana Impregilo, la tedesca Hochtief, la francese Bouygues, le inglesi Keir e Stirling international e le sudafricane Concor e Group Five) e infine un altro consorzio internazionale, Lesotho Highlands Project (che comprende Balfour Beatty, Spie Batignolles, Lta e Züblin). Il signor Sole è stato condannato nel giugno del 2002, ma sono ancora aperti i processi alle singole aziende corruttrici: il tribunale di Maseru deve decidere le multe per ciascuna in relazione al loro ruolo nella corruzione. Acres è stata la prima condannata, con sentenza confermata in appello e una multa di quasi 2 milioni di dollari (ma finora ne ha pagati solo la metà). Se si considera che negli ultimi anni la Banca Mondiale e il Fondo Monetario internazionale hanno fatto gran parlare di lotta alla corruzione, di trasparenza e di good governance, fino a farne una delle condizioni per i loro aiuti (questa è del resto anche la linea adottata dal governo degli Stati uniti), c'è da riflettere: le élites di molti paesi in via di sviluppo sono corrotte, non c'è dubbio, ma i corruttori chi sono?
Meglio tardi che mai, commentano gruppi ambientalisti o di monitoraggio anticorruzione: "Bisogna applaudire il governo del Lesotho per essere andato avanti e aver fatto un po' di luce sull'industria mondiale delle grandi dighe, tanto corrotta", commenta Lori Pottinger, della rete ‟International Rivers Network”: "La Banca Mondiale dovrebbe seguire l'esempio a prendere misure più energiche per assicurarsi che non ci sia corruzione nei suoi progetti" (Irn, 23 luglio). Resta il fatto che dal settembre 2002, cioè dopo la condanna, Acres ha ancora ottenuto tre contratti dalla Banca Mondiale, per 400mila dollari complessivi, in Tanzania, Cisgiordania e Gaza, e Sri Lanka.
Tutto questo prima ancora di parlare delle dighe in sé. Il Lesotho Highlands Water Project è un'opera faraonica: tre grandi dighe (sei quando il progetto sarà completato) e 260 chilometri di tunnel sotterranei, e tutto per deviare l'acqua del fiume Senqu-Orange nel fiume Vaal, che alimenta la regione sudafricana del Gauteng con Johannesburg e la sua concentrazione industriale. Con quelle dighe dunque il poverissimo Lesotho vende al potente vicino la sua unica risorsa abbondante, l'acqua: e con un contratto che lascia all'acquirente decidere la quantità da trasferire. Così però il Lesotho è diventato vulnerabile all'unica disgrazia che gli era stata risparmiata, la siccità.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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