Il silenzio radio, l'attesa, i tempi di marcia, sono stati simili a mezzo secolo fa. La salita al K2 doveva essere nel segno della commemorazione, ma doveva segnare anche uno stacco visti i giganteschi passi avanti compiuti dall'alpinismo. Eppure le ultime 24 ore non sono state diverse dal quel magico 31 luglio 1954. Lacedelli e Compagnoni partirono dal loro tendino a 8.100 metri dopo le 6 di mattina, scesero di 100 metri per recuperare le bombole di ossigeno lasciate la sera prima da Walter Bonatti e dal portatore hunza Mahdi. E alle 6 del pomeriggio erano in vetta. Ore impiegate: 12 per salire poco più di 600 metri di dislivello. Ieri i 5 italiani hanno avuto bisogno di 14 ore per montare dai 7.850 del loro campo quattro agli 8.611 della vetta. In tutto 760 metri di dislivello. Simile è stato anche il silenzio che ha accompagnato la salita. Tutto avrebbe dovuto essere tecnologico, con tanto di piccole telecamere da montare sui caschi e in grado di trasmettere le immagini dell'impresa al centro stampa allestito al campo base. Nulla di tutto questo. Pochi giorni fa la tenda deposito del campo più alto è stata spazzata via dal vento, assieme alle telecamere. E la batteria della radio portatile si era esaurita. Così, il procedere degli alpinisti è stato seguito dal campo base con un cannocchiale, come fece Ardito Desio. Silvio Mondinelli, il battipista, aveva nello zaino un telefono satellitare, che ha usato solo sulla cima. Simile anche il numero dei portatori utilizzati, circa 700 in entrambe le spedizioni. Ci piace pensare che la prestazione di allora sia poco diversa da quella di oggi, che la "prima" di Lacedelli e Compagnoni rimanga alla pari con quella degli skyrunners nostrani. Più di una volta, durante le salite di acclimatamento lungo lo Sperone degli Abruzzi, i membri più giovani della spedizione hanno espresso parole di ammirazione per i pionieri del 1954. Ma va anche detto che le differenze sono gigantesche. Prima di tutto le bombole per l'ossigeno. Quella di ieri è stata una salita totalmente senza, nel rispetto della tradizione avviata da Reinhold Messner negli anni '70. Altra diversità: i materiali, a partire dalle corde. Ieri gli italiani avevano con loro 600 metri di corda in Kevlar, superleggera e flessibile. Nel 1954 poche decine di metri di corda in nylon modello Rhodiatoce pesavano più o meno lo stesso. Anche se per allora rappresentava una rivoluzione rispetto alla canapa degli anni '30 e '40. Eppoi l'abbigliamento, le tecniche di alimentazione. Il peso degli zaini si aggira oggi sui 10 chili e sale a 15 quando si devono attrezzare i campi alti. Quello del 1954 superava spesso i 25. Tanta leggerezza favorisce la velocità. Oggi sono stati allestiti 4 campi dove Desio ne aveva voluti 9. Gli alpinisti scendono da 8.000 metri ai 5.050 del campo base in una mattinata, letteralmente volando sulle corde fisse poste dai portatori pakistani. Nel 1954 ci volevano due giorni. Trionfa l'idea che il K2 è affrontabile con mentalità sportiva, come fosse una gara. Ma c'è anche chi rimpiange i metodi del 1954. "Se ci fosse stato Ardito Desio, a salire in cima saremmo stati molti di più - dice Marco Confortola, che in polemica è sceso prima di raggiungere la vetta - Senza Da Polenza è mancato un vero capo, è finita la disciplina, è caduto lo spirito di collaborazione e chi doveva aiutare gli altri non lo ha fatto".
Ha collaborato Massimo Cappon
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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