Preoccupato per le sorti dell’opposizione che vive in tempi difficili, benché non riesca a eguagliare la disastrosa immagine che sta dando di sé, da settimane, la maggioranza di centro destra e il suo leader, Stefano Folli, scrive sul ‟Corriere della Sera” di domenica 25 luglio: «Forse il centro sinistra sarebbe più sicuro del suo futuro imitando Blair». Intende dire: Blair non ha rinnegato o disprezzato il lavoro svolto da Margaret Thatcher. Semplicemente è andato avanti. L’idea è buona ma è il confronto che non tiene. Le leggi della Thatcher erano di destra ma non incostituzionali. Le sue riforme riflettevano una visione conservatrice ma non erano state fatte per gli interessi personali della Thatcher. Sceglieva e nominava persone di sua fiducia, ma non come voto di scambio con i notabili litigiosi della sua coalizione. Era antipatica a chi non condivideva il suo mondo, ma non c’era intorno a lei il gigantesco conflitto di interessi che ha reso così penosa l’immagine dell’Italia nel mondo, non ha mai interferito sul potere giudiziario né definito i giudici inglesi mentecatti, non ha licenziato dirigenti della BBC solo perché non erano abbastanza conservatori, non si è fatta una Legge Gasparri per piazzare le sue aziende mediatiche, in posizione di privilegio (e di notevole vantaggio economico). Non ha mai detto a una sua cittadina: «Lei ha una bella faccia di merda». Secondo noi questi dettagli fanno differenza.
Dopo il voto che avrà spazzato Berlusconi, ci saranno macerie morali, rovine contabili, un drammatico problema di rapporti con l’Unione Europea di cui siamo parte, lo stato disperante degli affari, la cattiveria con cui si è cercato di accendere lo scontro sociale. E bisognerà riportare a casa i soldati impegnati, con grave rischio, in una guerra che la Costituzione non consente e che è stata travestita da «missione di pace».
Prima del voto non si potrà e non si dovrà far finta che questa sia un’alternanza normale, una tipica oscillazione del pendolo della opinione pubblica che si sposta nel tempo da un punto all’altro dello spettro politico.
Infatti la situazione italiana è di emergenza, il rischio costituzionale è alto, la rottura col passato vistosa e drammatica, persino a confronto con le brutte esperienze che l’Italia democratica ha avuto in passato. Ce lo ricorda con impegno lo stesso presidente del Consiglio, tutti i giorni, con tutte le illegalità, le volgarità, i baratti per cui è portato. E con la frase esemplare con cui definisce una signora che non è d’accordo con lui «faccia di merda». Di una cosa l’opposizione dovrà essere grata a questo miliardario abile nella cura degli affari privati e maldestro nel gestire la politica. Impedisce di dimenticare. O di fingere che quelli di Berlusconi siano tempi normali.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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