Ci vuole forza e tanto coraggio per uscire dal caldo del sacco a pelo, in piena notte a 8.000 metri, per cercare di salvare le vite di altri alpinisti spersi sulla montagna. Oppure per rinunciare alla cima del K2, costata mesi di sacrifici, per tirare fuori dai guai qualcuno che non conosci. E, ancora, risalire 2.000 metri di dislivello in una mattinata, sino a oltre i 7.000, dopo esserne discesi poche ore prima completamente consumati, corrosi, privi di energie. Questo è avvenuto l'altra notte e ieri al campo alto del K2, con gran parte dei componenti della spedizione italiana "K2 2004 - 50 anni dopo" mobilitati per salvare due spagnoli. Non due pivellini, ma due esperti, che stavano rischiando di morire sulla via di discesa: la trentenne Edurne Pasaban, al suo settimo ottomila, e il 48enne Juanito Oiarzabal, un duro, un forte, che nella vita detiene il record di essere salito ben 21 volte sulle 14 montagne più alte della terra. "Gli spagnoli erano con noi. Sono arrivati circa 20 minuti dopo sulla cima del K2. Stanchi, ma sorridevano", ha raccontato ieri al campo base Karl Unterkircher, che con Silvio Mondinelli e Walter Nones aveva condotto la salita. A quel punto i due spagnoli chiedono a Mondinelli di potersi legare a lui. "La ragazza non è tecnicamente brava, quindi la capisco. Ma che c'entra un esperto come Juanito?", si chiede l'italiano, che pure accetta di buon grado e li accompagna 500 metri più in basso. Ci vuole un'ora per raggiungere il campo e Mondinelli accelera il passo quando sente un inizio di congelamento ai piedi. È ormai notte. Sono le nove di sera quando entra nel suo sacco a pelo. Fuori inizia il dramma, seguito via radio dal campo base. Gli spagnoli non arrivano. Il loro compagno che li attende è in stato confusionale. Gli altri al campo base chiedono l'intervento degli italiani. "Aiuto, aiuto, potete vedere dove sono finiti Juanito e Edurne?". Mondinelli verso le 22 cerca nelle altre tende. Si muovono invece Tarcisio Bellò, Nadia Tiraboschi e Pierangelo Maurizio, tre italiani che si stavano preparando a seguire le orme dei loro compagni verso la cima. E ora rinunciano, per prestare soccorso. Edurne arriva da sola alle tende poco dopo mezzanotte. Ha i piedi congelati, le dita nere mostrano segni di cancrena. Juanito invece non si trova. Ci vorranno quasi 4 ore prima che venga individuato, esausto, privo di coscienza, seduto sul pendio nevoso a 100 metri dal campo. Tutta la notte è un inseguirsi di comunicati concitati. Gli si vorrebbe dare l'ossigeno degli Scoiattoli di Cortina. Lui rifiuta. "Ho fatto il mio 21esimo ottomila senza ossigeno", ripete nel delirio. Con l'alba inizia il calvario della discesa verso i 5.000 metri del campo base. Occorre farla in fretta, perché l'edema cerebrale o polmonare colpisce facilmente chi è debilitato. "E con Juanito ci siamo subito accorti che era sfinito. Una sindrome che colpisce spesso in Himalaya. Si sale nell'ebbrezza della vetta e ci si dimentica che poi la via del ritorno è interminabile", spiega Mondinelli. Dal basso salgono al campo due, circa 6.750 metri, Marco Confortola, Adriano Greco e Enrico Lazzeri. Saranno loro a calare i due con le corde sino al ghiacciaio del Baltoro. Al campo tre invece ci sono Enrico De Marchi, medico, e Giampietro Verza. Fanno le prime iniezioni di coramina, visitano i piedi dei due e danno pomate contro la cancrena. Verza, in particolare, in quanto a generosità nei momenti di necessità non ha rivali: il 31 luglio 1996 partì da solo in piena notte dal terzo campo, allora a 7.600 metri, per cercare Lorenzo Mazzoleni, un rocciatore dei "Ragni di Lecco", che non era rientrato dopo aver toccato la cima del K2. Non lo trovò, il ragazzo era precipitato lungo la direttrice sud. Ma Verza si spinse ugualmente sino ai pendii seraccati degli 8.200 metri, spinto dalla speranza di riportare a casa l'amico. Ieri sera Edurne giaceva su una brandina coperta di sacchi a pelo nelle tende spagnole. Forse perderà qualche dito. Ma è salva. E Juanito veniva lentamente trasportato a braccia da spagnoli e italiani lungo il ghiacciaio.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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