Infine il monsone è arrivato anche sulla cittadina di Harsud, sulle rive del fiume Chhota Tawa, affluente del Narmada. In ritardo, e almeno in questo caso è stato una fortuna: perché quando i fiumi sono andati in piena, la parte bassa di Harsud è stata sommersa. Il motivo è semplice, Harsud si trova nell'"area di sommersione" della diga di Indira Sagar, una delle 30 grandi dighe (e migliaia di dighe minori) del "progetto di sviluppo della valle di Narmada", uno dei più controversi progetti di dighe del pianeta. Quella di Indira Sagar sbarra un affluente del Narmada nello stato del Madhya Pradesh, lo stato dell'India centrale che comprende una grande parte del fiume. Durante l'inverno l'altezza della diga è stata alzata a 245 metri, e l'effetto si vede appunto quando arriva il monsone: i fiumi vanno in piena, i bacini si riempiono alla massima portata, l'acqua sale. E con l'acqua, la questione degli sfollati delle dighe è tornata sulle prime pagine dei giornali indiani. Le autorità del Madhya Pradesh avevano ordinato l'evacuazione di Harsud entro il 30 giugno. Ma poche delle 6.000 famiglie che vi abitano hanno accolto l'invito a trasferirsi in quella che le autorità hanno chiamato Naya (nuova) Harsud, una quindicina di chilometri più in là: e quei pochi lamentano la mancanza di acqua, elettricità, strade, scuole. Il primo luglio, scaduto l'ultimatum, Harsud era ancora abitata. Un quotidiano fa notare che quel giorno ricominciava l'anno scolastico ma i 6000 alunni delle elementari non avevano dove iscriversi: le vecchie scuole sono evacuate e nella "città nuova" la scuola per ora è solo un cartello che indica il luogo del futuro edificio. Il 10 luglio un cronista del quotidiano ‟The Hindu” riferiva che "un gran numero di residenti sono ancora in città e non hanno fretta di andarsene".
Ma l'acqua aveva cominciato a sommergere la parte bassa dela città. La stazione, su una delle grandi linee che la collegano a Mumbai, è stata abbandonata. "In città c'è grande attività, ma la tensione è visibile sulle facce dei passanti". Molti sono indaffarati a demolire le case e caricare sui carretti il salvabile: mattoni, sbarre di ferro, legno, oltre alle masserizie. Qualcuno ancora lava il pavimento del piccolo tempio di casa. Un barbiere continua a lavorare nel suo negozio di cui resta una parete, bambini aiutano a raccogliere masserizie, e tutti si chiedono che fare dei templi e moschee - il più antico data 1.100.
La chief minister (capo del governo statale) del Madhya Pradesh, signora Uma Bharti (esponente di spicco del partito nazionalista Bjp), ha più volte promesso per tutti gli sfollati case e terra e ha dichiarato: ‟gli abitanti di Harsud - ha detto - sacrificano ciò che è loro per il più grande bene di tutti”. Frase fatidica: per il bene di chi, in cambio di cosa? La diga Indira Sagar, a pieno regime, produrrà 1000 MegaWatt di energia e irrigherà 123mila ettari di terra; avrà sommerso 40mila ettari di foresta e 45mila ettari di terre coltivate, allagato 248 insediamenti, inclusa la cittadina di Harsud e fatto sfollare oltre 30mila famiglie. Dove rilocare queste persone è stato l'ultimo problema - tanto da ringraziare il monsone in ritardo che ha dato altre due settimane di respiro. Un editoriale di ‟The Hindu” si indigna: "L'anno scorso, tra maggio e luglio, 8.000 famiglie sono state sfollate. Hanno ricevuto una somma di denaro che non basta a ricomprare terra equivalente a quella che possedevano. Dove la terra è stata distribuita, è risultata rocciosa e non coltivabile". Invece di mantenere le unità di villaggio, le famiglie sono state sparse. Ma questo contraddice tutte le linee guida dettate dal Tribunale di arbitrato del Narmada, oltre alle promesse del governo che si era impegnato a ridare a tutti un tenore di vita migliore, o almeno pari a quello perso. Paradossalmente, proprio a Harsud quindici anni fa oltre 40mila persone, abitanti della valle di Narmada e attivisti ambientali e sociali, si erano riuniti per protestare contro lo "sviluppo distruttivo" e denunciare la devastazione portata dalle grandi dighe. Ora Harsud va sott'acqua.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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