Theodore Sorensen, autore in giovane età dei migliori discorsi del presidente Kennedy, intervenendo di recente a una cerimonia accademica, ne ha pronunciato uno che era soprattutto un grido d´angoscia. Ha richiamato alla memoria un tempo in cui si poteva andare all´estero e passeggiare lungo vie intitolate a Lincoln, Jefferson, Franklin D. Roosevelt e John F. Kennedy. Oggi nelle città del mondo è raro che le strade siano battezzate in onore di americani. "Che cosa è successo al nostro paese?", esclamava Sorensen. "Abbiamo già combattuto delle guerre, senza ricorrere all´umiliazione sessuale come tortura, senza impedire l´intervento della Croce Rossa, senza insultare e ingannare i nostri alleati e l´Onu, senza tradire i nostri valori tradizionali, senza imitare i nostri avversari, senza infangare il nostro nome nel mondo".
L´angoscia di Sorensen era sincera, ma immemore. Ha dimenticato il Vietnam, la macchia formatasi sulla capacità di vigilare del suo presidente martire che ha continuato a corrodere per decenni il prestigio e il potere americano. L´Iraq non è il Vietnam, ma è comunque salutare ricordarlo e rammentare che non è sempre l´America a trionfare, alla fine. È ora d´ammettere che la storia americana include sconfitta e fallimento. Perché se c´è una cosa di cui il paese a bisogno nell´affrontare il problema iracheno è mettere da parte l´eloquenza messianica e missionaria delle esequie presidenziali e imparare una certa umiltà, finché è in tempo.
Ad Abu Ghraib, l´America ha pagato il prezzo dell´eccezionalità americana, il concetto che l´America è troppo nobile, troppo speciale, troppo grande per ubbidire a trattati internazionali quali la convenzione sulla tortura o a organismi internazionali come la Croce Rossa. Ammaliati dal narcisismo e illusi dal servilismo, gli avvocati americani hanno dimenticato la loro costituzione e il perentorio veto posto in essa alle pene crudeli e anomale. Ogni amministrazione americana, e questa in special modo, farebbe meglio a imparare che nel portare "adeguato rispetto alle opinioni dell´umanità" - espressione di Jefferson - l´America porta rispetto anche alla parte migliore di sé.
Abu Ghraib e le altre catastrofi dell´occupazione sono costate all´America le menti e i cuori degli iracheni che i suoi soldati si erano pazientemente conquistati dopo la vittoria. Affermare questo equivale ad affermare che l´America ha perso il potere di dare all´Iraq un assetto migliore. Non sarà facile accettarlo. L´America ha altrettanti problemi ad ammettere di poter fare del male quanti a riconoscere i limiti della sua capacità di fare del bene. Ciò non significa che l´Iraq è perso come in precedenza fu perso il Vietnam. Il nuovo governo ad interim sta lottando per convincere gli iracheni che è a servizio loro, e non degli americani. Man mano che il governo iracheno acquisterà legittimità, l´odiosa resistenza, che ha ucciso molti più iracheni che americani, perderà la considerazione di cui gode. Se il governo ad interim, insieme alla missione Onu, riuscirà a guidare il paese verso un´assemblea costituzionale nel 2005 e a libere elezioni nel 2006, l´Iraq diventerà ciò che dovrebbe essere nelle parole dell´ayatollah Ali al-Sistani: un paese governato dalla volontà popolare.
Il cinismo di moda che dà per scontato il fallimento in Iraq sottovaluta il popolo iracheno. Il paese non è uno stato fallito, rammentava l´inviato dell´Onu Lakhdar Brahimi, ma una nazione potente con una classe media qualificata ed un´immensa potenziale ricchezza petrolifera. Proprio i disastri del passato hanno impartito a tutti gli iracheni una straziante lezione circa la necessità di esercitare prudenza e moderazione. Sciiti, sunniti e curdi oggi hanno delle motivazioni oggettive, pur diffidando gli uni degli altri, per evitare di cadere nella guerra civile, ed ora quanto meno esiste un percorso in direzione delle elezioni che potrebbe guadagnare alla politica i militanti armati.
Gli iracheni non avranno ancora la piena sovranità, ma l´America deve comprendere che sono già loro e non gli americani ad essere sovrani degli eventi laggiù. L´America avrebbe più successo nel nation building se lo ammettesse, ma la sua storia non incoraggia l´umiltà. Nel corso delle celebrazioni del D-Day le vecchie immagini tratte dai cinegiornali di G. I. impolverati che fanno ingresso a Roma e Parigi nel 1944 hanno dato nuovo lustro all´incorreggibile mitologia dell´onnipotenza americana. Persino gli iracheni vi hanno ceduto, aspettandosi che la maggior potenza mondiale dovesse essere in grado di ripristinare in men che non si dica acqua, elettricità e sicurezza. È stata un´amara sorpresa scoprire quanto caotici, incompetenti e decisamente violenti si sono rivelati i divini liberatori. L´America aveva i tank ma non sapeva quasi nulla dell´Iraq e ben presto l´ignoranza, della lingua, delle alleanze tribali e delle reti delle famiglie e dei clan, ha lasciato i soldati Usa alla mercé di imboscate e tranelli nei vicoli letali di Falluja e Najaf.
L´ordinaria ignoranza americana è stata aggravata dall´arroganza dell´amministrazione. Il generale George Marshall iniziò a pianificare l´occupazione postbellica della Germania due anni prima del D-Day. Questa amministrazione era impegnata nella febbrile ricerca di un piano due mesi prima dell´invasione. Chi non è rimasto sbalordito nell´apprendere leggendo "Piano d´Attacco" di Bob Woodward che fin dagli esordi, a fine 2001, nessuno dei vertici civili, né la Rice, né Powell, né il presidente aveva chiesto notizie del piano d´occupazione? Chi non ha la sensazione che i capitani, i maggiori e i tenenti Usa siano stati traditi dalla guerra combattuta a Washington tra Stato e Difesa? Chi non è indignato dal fatto che degli eserciti vittoriosi siano rimasti a guardare per un mese mentre l´Iraq veniva saccheggiato?
Uno come me che si è schierato a favore della guerra per motivi umanitari non ha paraventi: l´amministrazione non godeva delle nostre particolari simpatie, ma presumevamo che fosse competente. Non esistono molte attenuanti alla sua incompetenza né alla nostra ingenuità.
Tuttavia gli Usa una cosa buona in Iraq l´hanno fatta, e nessun altro poteva riuscirci: hanno spodestato un dittatore. Tutto il resto è stato fatto male e alcune cose - vedi Abu Ghraib - si sono dimostrate una disgrazia morale ed una catastrofe strategica.
Agli Usa resta solo un compito da adempiere in Iraq: evitare la guerra civile e lo smembramento del paese. Inviare ulteriori truppe non farebbe che renderle un bersaglio e ritardare il momento in cui gli iracheni verranno invitati a difendersi da soli. Le truppe dovrebbero restare per addestrare un numero sufficiente di iracheni fedeli al governo nazionale a impedire che i curdi se la prendano con i sunniti e gli sciiti con entrambi. L´America non può difendere l´Iraq dai suoi demoni di divisione, può solo aiutare gli iracheni a farlo. Una volta insediato un governo liberamente eletto gli americani dovrebbero tornare in patria. Il termine fissato per il rientro dalla risoluzione Onu è il gennaio 2006. Entro quella data il petrolio dovrebbe sgorgare, le casse dello stato iracheno riempirsi, e la decisione circa l´utilizzo di quel denaro spetterà agli iracheni, non a noi. L´America sarà forse incapace di dare all´Iraq un assetto migliore, ma non può abdicare alla responsabilità d´evitare il peggio. L´intervento equivaleva a una promessa. Tale promessa, di pace e ordine futuri, va mantenuta.
Nessun´altra democrazia è così messa a nudo da questi dolorosi contrasti morali, perché nessun´altra nazione ha fatto dell´autostima una religione civile. L´abolizione delle pene crudeli e anomale fu tra i principi fondatori di tale religione civile. Fu così che la novella repubblica si distinse dalle brutali tirannie europee. Da questo senso d´eccezionalità è scaturito un eccezionale senso della missione. C´è da chiedersi se queste riconferme continuino a ispirare gli americani nel migliorarsi rispetto al presente oppure se la retorica della nazione non sia degenerata in una dissimulazione rituale di ciò che il paese è in realtà divenuto.
Ma non è possibile dissimulare del tutto, perché persino i simboli più ammalianti dell´America contengono un dualismo che rammenta ai suoi cittadini le tradizioni incomparabili della leadership americana e li costringe poi, per tema che il sentimentalismo prenda il sopravvento, a ricordare tradizioni altrettanto incomparabili di violenza politica.
L´illusione da cui l´America deve riscuotersi in Iraq e ovunque è di essere al servizio della divina provvidenza o (per i più laici) d´essere il motore della storia. In Iraq l´America non è il burattinaio bensì il burattino della storia. Nella regione l´America non è forza egemone, ma esitante formatore di forze che comprende appena. Nel Medio Oriente assiste, apparentemente impotente, alla realizzazione di sempre più realtà concrete sul territorio da parte israeliana e alla creazione di sempre più terroristi suicidi da parte palestinese.
Tutto questo dimostra che il mondo non esiste per essere plasmato a guisa dei desideri americani. È positivo che gli Usa abbiano voluto essere migliori di come sono. È positivo che la morte di un presidente abbia fornito loro una settimana per ritrovare la fede in se stessi.
Ma l´America non può continuare a portare questo fardello del destino. Credere di essere lo strumento scelto dalla provvidenza porta il paese a sopravvalutare il proprio potere, lo incoraggia a mentire a se stesso sui propri errori e rende più arduo convivere con l´amara verità che la storia non obbedisce sempre, e neppure molto spesso, alle magnifiche ma pericolose illusioni del volere americano.
Michael Ignatieff

Michael Ignatieff

Michael Ignatieff (1947), storico e politico canadese, è Carr Professor of Human Rights Practice e direttore del Carr Center of Human Rights Policy presso l’Università di Harvard. In italiano sono stati tradotti: Le origini del penitenziario. Sistema carcerario e rivoluzione industriale inglese 1750-1850 (Mondadori, 1982) e Isaiah Berlin: ironia e libertà (Carocci, 2000). Non tradotto è invece il suo libro più famoso: The Warriors Honor. Ethnic War and the Modern Conscience (1998), sulla guerra nei Balcani. Con Feltrinelli è uscito Una ragionevole apologia dei diritti umani (2003).

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