Le analisi di laboratorio condotte dalla polizia indonesiana confermano: la baia di Buyat, sulla costa di Sulawesi (Celebes) settentrionale, è gravemente inquinata da residui di metalli pesanti come mercurio, arsenico, cianuro e cadmio, in quantità che vanno ben oltre le soglie giudicate tollerabili dalla legge. Di conseguenza, la polizia ha ordinato la chiusura della miniera d'oro Newmont Minahasa Raya, che affaccia appunto su quella baia e che scarica i suoi residui in mare secondo un metodo chiamato submarine tailing disposal, "smaltimento sottomarino dei reflui": da otto anni butta circa 2.000 tonnellate al giorno di reflui della sua lavorazione. E' l'effetto accumulato di otto anni di scarichi tossici che inquina la baia. La polizia ha anche cominciato a interrogare i dirigenti di Newmont Indonesia, filiale locale della Newmont Mining Corporation che ha sede a Denver, Colorado. "Appoggiamo pienamente la decisione della polizia", dice un comunicato congiunto di Walhi (Coalizione indonesiana per l'ambiente) e molti altri gruppi sociali. E però temono che la società mineraria abbandoni Minahasa prima di aver bonificato il luogo. La baia di Buyat, 80 chilometri a sud della cittadina di Manado a Sulawesi settentrionale, era una zona piuttosto depressa quando Newmont ha avuto il permesso dal governo centrale di avviare operazioni minerarieIn quella zona di pescatori e di contadini, la miniera d'oro doveva portare posti di lavoro, crescita economica e benessere. Le prospezioni minerarie sono cominciate nel 1986, la miniera ha aperto nel 1996: un grande pozzo a cielo aperto. Una nota preparata dagli attivisti di Jatam, gruppo indonesiano "di pressione" sull'industria mineraria, fa notare che agli enti locali è rimasto ben poco dei profitti della miniera, nulla ai villaggi direttamente interessati, e che il risarcimento di 230 rupiah per metro quadro di terre espropriate è una miseria (oggi un dollaro oscilla tra 8.000 e 9.000 rupiah, negli anni precedenti alla crisi asiatica era tra 3 e 4.000 rupiah: quei contadini hanno ricevuto pochi centesimi per metro quadro coltivabile perso). Non solo. Per separare l'oro dal minerale grezzo si usano diverse sostanze assai tossiche, in particolare cianuro, e gli scarichi di questa lavorazione vanno in mare, attraverso tubature che corrono fino alla costa e poi circa 1 chilometro al largo, a 82 metri di profondità. L'azienda sostiene che lo scarico nel mare profondo è il modo più sicuro per eliminare quei residui, e che una discarica a terra avrebbe causato danno all'agricoltura e alle falde acquifere. Probabile: il fatto è che così il danno è solo spostato dalla terra al mare.
Gli esami chimici compiuti dalla polizia indonesiana nelle settimane scorse confermano quanto avevano già attestato altre indagini, tra cui una dell'Università di Newfoundland, Canada e una di un'équipe di tossicologi dell'università di North Sulawesi: che l'acqua marina è inquinata da composti tossici "di natura bio-accumulativa e carcinogena" (citato da Jatam, 30 marzo, www.jatam.org). L'Università di North Sulawesi aveva raccomandato già nel 1999 di rivedere le attività della miniera, segnalando che la contaminazione era ormai segnalata nel plankton (i microrganismi marini che costituiscono il cibo di molti pesci) e nel pesce d'altura. Le organizzazioni locali parlano di "un'epidemia di mali che vanno dalle eruzioni cutanee ai disturbi del sistema nervoso". La pesca intanto è crollata, e i pescatori della baia hanno perso la loro fonte di reddito.
Il punto è che Newmont è prontissima ad abbandonare la miniera: la vena è esaurita, già dall'ottobre 2001 non estrae più minerale e lavora solo quello già stoccato. Nel marzo scorso progettava di chiudere le operazioni a Minahasa in pochi mesi. Per questo si allarmano le popolazioni locali e gli attivisti ambientali: chiedono che il governo provinciale garantisca assistenza medica gratuita alle popolazioni esposte e imponga alla compagnia mineraria risarcimenti per la terra espropriata a suo tempo e per i danni subiti poi, insieme alla bonifica del sito della miniera e dei villaggi. Prima che gli inquinatori se la diano a gambe.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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