Questa è una storia incredibile. Di un amore né felice né disgraziato, un amore sublime e squallido, uno di quegli amori che si leggono nei romanzi e che raramente si possono riscontare nelle cronache. Eppure è accaduto realmente. I suoi protagonisti, sia pure in parte dimenticati, hanno occupato la scena letteraria e mondana francese per anni, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento. Lui è Pierre Louis, in arte Louÿs, con quello strano vezzo della dieresi sulla "i" greca. Alcune biografie dicono che fu concepito incestuosamente da due fratellastri e che così si spiega la sua indole libertina, anzi oscena. Precocemente a caccia di cortigiane e di esperienze sensuali, è incostante scrittore di romanzi erotici e versatile poeta parnassiano, amico dei maggiori simbolisti suoi contemporanei, dandy facile alla depressione e flâneur dei più richiesti nei salotti parigini. Tra questi, il salotto della famiglia di José-Maria Heredia, poeta di gran nome, arrivato a Parigi da Cuba ancora bambino, accademico di Francia nel 1894 e soprattutto padre di tre figlie: Hélène, Marie e Louise. È la seconda, la più attraente, l'altra protagonista della nostra storia. Bellissima. Di lei si innamora non solo Pierre ma anche il gentiluomo, suo amico e poi rivale, Henri de Régnier. Tra i due si stipula un patto di ferro: toccherà a Marie scegliere. Ma Henri tradisce le consegne e le si propone in sposo. Sulle prime senza gran successo, visto che Marie, chiamata "Mouche", ovvero la Mosca, ha già messo i suoi occhi maliziosi sull'altro, che però tentenna. Il crac economico della famiglia (in seguito al vizietto del gioco di papà Heredia) e le esitazioni di Pierre le faranno cambiare idea. La Mosca sposerà, pur non amandolo, il mesto de Régnier, l'esatto opposto del suo Louis: tanto sfrontato e affascinante il secondo (Oscar Wilde scrisse: "È troppo bello per essere solo un uomo" e gli consigliava di stare attento all'invidia degli dei) quanto mite, triste e insignificante il primo, con la sua calvizie e i suoi baffi spioventi. Pierre alla fine ci resterà molto male, ma troverà di che consolarsi prima che Marie gli si offra senza mezzi termini: "Vorrei baciarti con tutte le mie labbra". Fin qui le premesse. Niente di speciale, tutto sommato. Il peggio e il meglio devono ancora arrivare. Il meglio è presto detto. Primo: la Mosca - è nei patti che precedono le nozze - non si sognerà di consumare il matrimonio. Secondo: Pierre decide di partire, se ne va in Spagna e in Algeria, da cui ritorna, forse con l'esclusivo intento di fare ingelosire Marie, in compagnia di Zohra, un monumento alla bellezza nera. Terzo: nonostante tutto, specialmente per iniziativa di lei, i due diventeranno amanti di un amore segreto, folle e impudico. A testimonianza di tanta spudoratezza, le fotografie scattate da Pierre nella garçonnière di avenue Carnot, foto che ritraggono la splendida Mosca nelle pose più osé, sul letto, in poltrona, di fronte, di spalle allo specchio, in piedi, in ginocchio sul tappeto. Preferibilmente ripresa dalla cintola in giù. Quarto: dopo l'aprile 1896, in seguito alla pubblicazione del suo romanzo Aphrodite, Pierre ottiene fama e denaro, e con la fama e il denaro il suo temperamento libertino e incostante trova ulteriore slancio, mentre cresce proporzionalmente la gelosia della Mosca. Quest'ultima racconterà in un romanzo autobiografico i capricci, le trasgressioni e le ebbrezze del loro amore. E ci fa sapere che i due amanti, per fissare i loro appuntamenti clandestini, comunicavano in codice attraverso piccole pubblicità sui giornali parigini. Il peggio è decisamente più complicato. Perché c'è di mezzo un figlio, di cui il marito di Marie accetta volentieri la paternità legale, pur se concepito da Pierre. Forse. Perché la Mosca durante l'assenza dell'amante aveva trovato da consolarsi con l'amico migliore di Pierre, Jean de Titan, che morirà ben presto di nefrite, endocardite e reumatismi articolari. Il bambino nascerà l'8 settembre 1898, partorito "con i ferri". Sarà il marito calvo e baffuto a darne notizia al rivale: "Caro amico, Tigre è nato alle due del mattino (...). È molto grosso, molto vigoroso e molto brutto...". È sempre lui a chiedere a Pierre che sia testimone in municipio della nascita del piccolo. Il suo nome? Scrive il vero padre in una lettera: "Stick (il soprannome del marito cornuto, ndr) non vuole che il bambino si chiami Pierre, non so perché. Credo pertanto che verrà chiamato Pierre". E aggiunge: "Non ho voluto felicitarmi con lui. Non gli ho detto che il bambino gli somigliava...". Chiamato "Tigre" in famiglia, il neonato sarà infatti Pierre. "È un nome che mi piace" dirà Marie ancora a letto dopo un parto difficile. Come in tutti gli intrecci d'amore che si rispettino, c'è anche la fuga. Ma è una fuga sui generis. Le cui ragioni sulle prime sfuggono a tutti. È da giugno che Louÿs non ha incontri segreti con la Mosca, la quale gli fa chiedere dal marito di accompagnarli ad Amsterdam, dove vorrebbero visitare una mostra di Rembrandt. "Singolare pellegrinaggio darte - sosterrà qualcuno - per una donna che ha partorito meno di due mesi prima". In realtà si tratta di uno stratagemma per riprendere la sua relazione pericolosa con l'amante. "Ventiquattro ore di treno per andare - scrive Pierre a suo fratello prima della partenza - e altrettante per tornare... e ventiquattr'ore d' albergo. Insensato". Altro che insensato. Mentre il marito si distrae, lei sussurra all'orecchio di Pierre: "Ti amo". Lui chiede conferma della paternità e l'avrà. "Tigre" è figlio suo. Ad Amsterdam riprenderanno ad amarsi. Alla fine del viaggio, il povero Henri ha un incidente a un piede. Sarà Pierre a soccorrerlo, a cercargli le medicine in farmacia, a medicarlo. Mentre la Mosca urla irritata: "Ma cosa ti prende a quella zampa?". "Periodi d'amore molto fuggitivi, ecco che cosa ci promette la vita - confessa il dandy a suo fratello - non posso pretendere né più né meno da lei che brevi e tristi incontri". Ma la liaison, al ritorno da Amsterdam, toccherà quello che Pierre definisce "l'apogeo". Riprende in mano la sua Kodak, persino sotto gli occhi del povero Stick. Marie nuda, Marie di spalle, Marie in poltrona, Marie allo specchio, Marie distesa sul letto. Una sera, mentre stanno a tavola, la Mosca esclama in pubblico che "se non ci fosse la speranza di rimanere vedove, sarebbe bene non sposarsi". Il marito la guarda e ingoia l'ennesimo boccone amaro. "Lo tratta come un debole padre - osserverà Pierre - gli dice: sei brutto, sei calvo, hai una testa da vecchio". Un giorno, durante la vacanza ad Amsterdam, la Mosca urla a Stick: "Me ne frego, me ne frego di te, lo sai?". E lui, arrossendo un po' : "Lo so". Non è finita. Perché a questo punto entra in scena un'altra ventenne, Louise. Chi è Louise? La sorella minore di Marie. Pare che sia stata proprio la Mosca a spingere l'amante tra le braccia della sorellina, forse con un malizioso retropensiero: "In fondo - scrive a Pierre - il tuo letto è così grande! Un grande letto per molte persone, no?". Sì. Il dandy potrà sbizzarrirsi: metterne a confronto l'energia sessuale, fotografarle, alternarle, scambiarle a piacere. Finché Marie convince il suo amante a sposare la Rana pescatrice, sua sorella: "Sarai felice e questo mi darà il diritto di venire a trovarti apertamente... stai tranquillo".
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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