Il nome di "nuova politica economica" fu dato da Lenin, nei primi anni '20, al complesso delle misure di liberalizzazione (e segnatamente di privatizzazione) da lui intraprese, essenzialmente nel settore agricolo, per infondere un nuovo dinamismo all’esangue economia sovietica. I tempi sono cambiati. Il sistema sovietico è crollato, e quello che rimane - definito in passato "economia mista di mercato" - vive a sua volta, e a suo modo, sotto il segno d'una "nuova politica economica". Certo, porre a confronto due contesti così radicalmente diversi partendo da una somiglianza inconsistente può sembrare un procedimento puramente retorico. Ma dal raffronto di questi due momenti storici possiamo trarre un insegnamento prezioso sul piano delle idee, con riferimento al presupposto che il passaggio dal collettivo all'individuale generi un maggior dinamismo nell'ordine economico. Senza alcun dubbio, nell'Urss degli anni '20 un parziale riflusso dello Stato era la chiave per la crescita della produttività. Ma si può sostenere che questa rimanga sempre e dovunque la ricetta invariabile del successo, indipendentemente dal grado di liberismo che caratterizza le nostre "democrazie di mercato"? Oggi, nell'ambito di quello che chiamerei il "consenso di Bruxelles-Francoforte-Washington", la risposta è un perentorio sì. Ma a questa posizione non si poteva arrivare senza aver prima destrutturato la tesi keynesiana, il cui insegnamento fondamentale consiste nell'identificare il limite superiore della deriva individualista in un'economia di mercato. "Due sono i vizi che caratterizzano il mondo economico in cui viviamo: non assicura la piena occupazione, e porta a una ripartizione della ricchezza e dei redditi arbitraria e non fondata sull'equità", scriveva Keynes nella sua Teoria generale. Sul piano teorico, smantellare le tesi di Keynes è stata un'impresa complessa, iniziata fin dagli anni '60 e portata avanti da tre generazioni di ricercatori. Questa "vera controrivoluzione", come l'ha definita Robert W. Clower, propone in politica economica il ritorno ai postulati dottrinali pre-keynesiani: stabilità dei prezzi, equilibrio di bilancio, concorrenza su tutti i mercati e più particolarmente su quello del lavoro; e liberalizzazione degli scambi, privatizzazioni, deregulation. Sarebbe questa la via più diretta per la piena occupazione. Ma questa tabella di marcia dei tempi moderni è più teorica di quanto molti credano. Nulla da ridire sugli obiettivi che persegue: è quasi sempre giusto preferire la stabilità dei prezzi all'inflazione, l'equilibrio di bilancio al deficit e all'indebitamento, la concorrenza alla rendita, l'apertura al protezionismo ecc. Ma almeno due elementi di complessità vengono a ricordarci che la realtà non si lascia circoscrivere tanto facilmente. Innanzitutto, qual è il significato della nozione di "concorrenza" sul mercato del lavoro, ove esiste una dissimetria di potere tra lavoratori e imprenditori, in particolare per quanto riguarda il processo dell'ingaggio? Di fatto, dato che lo squilibrio dei rapporti di forze costituisce un ostacolo alla concorrenza, le misure di sostegno all'occupazione e di tutela del lavoro sono mezzi per promuovere il grado di concorrenza e non per ridurlo. Resta una difficoltà: quella di mantenere l'equilibrio dei poteri, affinché la concorrenza sia effettiva e non si eserciti a danno dei più deboli, garantendo al tempo stesso che la sua regolamentazione non serva da pretesto ai corporativismi. Il secondo elemento di complessità è d'essenza dinamica: le nostre economie attraversano turbolenze che si ripercuotono sui tassi d'inflazione, sui saldi di bilancio, sulla crescita e sull'occupazione; e inoltre, in quanto soggette a perpetue mutazioni, sono permanentemente indotte a ristrutturarsi e a innovare. Ciò non manca d'avere effetti sul grado di concorrenza che le caratterizza. In taluni periodi questa dinamica inerente al processo economico determina il degrado degli obiettivi perseguiti dalla nuova politica economica, o di gran parte di essi. Questi obiettivi dovrebbero essere oggetto di scelte ponderate. Governare vuol dire scegliere. L'ambito privilegiato per stabilire le priorità e procedere alle relative opzioni è la democrazia. La tendenza della nuova politica economica a voler legare le mani ai governi per impedire loro d'agire equivale ad asserire l'impossibilità che i suoi obiettivi possano essere soggetti a degrado, se non in via transitoria. La teoria economica keynesiana, vecchia o nuova che sia, contiene un dato resistente alle mode così come a ogni tentativo di smantellamento, in quanto indica la necessità, diretta o indiretta, di procedere a scelte ponderate tra gli obiettivi di politica economica. Le scelte che riguardano i tassi d'interesse incidono sull'inflazione, ma anche sull'occupazione e sulla crescita. In altri termini, procedono necessariamente da un trade-off, o scelta ponderata tra diversi obiettivi. Usare oggi tale linguaggio è quasi una provocazione. In questa materia si dovrebbe ricorrere a termini più prudenti per non urtare la sensibilità collettiva degli economisti, per i quali il trionfo della teoria alla base della nuova politica economica è oramai senza appello. In altri tempi si sarebbe detto che in certe condizioni è necessario optare tra inflazione e disoccupazione. Ma la nuova politica si fonda sulla prova formale che quest'idea era solo una pericolosa illusione. Perciò oggi si dirà - benché per il lettore il senso del discorso non cambi - che se la tale Banca centrale avesse abbassato in tempo il tasso d'interesse, la ripresa nella sua zona d'influenza sarebbe stata più tempestiva. La seconda delle alternative identificate riguardava la scelta tra equilibrio di bilancio e crescita, anche qui in determinate condizioni e circostanze. La teoria della nuova politica economica ne ha però confutato i termini, in virtù degli effetti "antikeynesiani" della politica di bilancio. In altre parole, i governi non si troverebbero più di fronte a un dilemma: sarebbe sufficiente abbassare il deficit di bilancio per ottenere in premio la crescita. Finché si resta nel chiuso di un'ipotesi, qualunque teoria può avere ragione. Ma a volte la teoria è distante anni luce dal funzionamento effettivo dell'economia. Basterà analizzare la prassi di vari governi (Usa, Regno Unito, Giappone ecc.), e constatare inoltre che in Europa due decenni d'applicazione dei precetti della nuova politica economica non hanno prodotto i risultati preconizzati per avere la conferma dei conflitti esistenti tra i diversi obiettivi perseguiti; e quindi della necessità di stabilire priorità per le scelte da compiere. Un'azione che non tenga conto di tutto ciò equivale a predeterminare le scelte, ovvero, a privilegiare invariabilmente gli stessi obiettivi. Quali collegamenti si possono stabilire tra queste considerazioni e l'attualità politica ed economica? Il primo è un'ipotesi: se l'Europa non è più uno spazio di scelte politiche, a che servono gli scontri tra i partiti? E in fin dei conti, perché andare a votare? Un esempio: tanto per dare il benvenuto ai nuovi arrivati, la Commissione sta istruendo una procedura per deficit eccessivi nei confronti di 6 dei nuovi Stati membri dell'Ue. Il secondo è una certezza: quella della difficoltà di riassorbire uno squilibrio di natura keynesiana (il "deficit della domanda") nel quadro della nuova politica economica. In tutta Europa, i governi tentano di rilanciare il motore dei consumi, ben sapendo che per farlo è necessario accrescere il reddito disponibile delle famiglie. Ma come ottenere questo risultato quando ogni azione sui salari è considerata inflazionistica, e d'altra parte l'abbassamento delle imposte aggraverebbe ulteriormente il deficit di bilancio? Certo, un intervento del secondo tipo, insieme a una riduzione della spese pubblica, avrebbe tutte le virtù. Ma chi s'aspetta un aumento del reddito dalla pura e semplice riduzione delle imposte e dei contributi sociali avrà un problema di credibilità da affrontare. Potrebbe farcela per qualche tempo, grazie a concomitanti aumenti di produttività dei servizi dello stato; ma al di là di questo, gli aumenti nominali dei redditi avrebbero come contropartita una serie di tagli dei servizi pubblici. Quindi, di fatto il potere d'acquisto della grande maggioranza della popolazione non aumenterebbe (a esempio, con la privatizzazione della scuola migliorerebbero solo i redditi delle famiglie senza figli). Negando la possibilità di scelte ponderate tra diversi obiettivi la nuova politica economica impone veri e propri contorcimenti ai pubblici poteri, poiché nessun governo, trovandosi alle prese con un problema, può giustificare l'inazione sostenendo che quel problema teoricamente non dovrebbe esistere.

Traduzione di Elisabetta Horvat
Jean-Paul Fitoussi

Jean-Paul Fitoussi

Jean-Paul Fitoussi (1942) è professore all’Institut d’études politiques di Parigi e presidente dell’Ofce, l’Osservatorio francese delle congiunture economiche. Fa parte del consiglio di amministrazione di Telecom e del consiglio di sorveglianza di Banca Intesa Sanpaolo e insegna all’Università Luiss. Con Feltrinelli ha pubblicato La democrazia e il mercato (2004) e La nuova ecologia politica (con Eloi Laurent; 2009). 

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