"La Mezzaluna Rossa irachena? Gente abituata alla dittatura di Saddam. Gente del vecchio regime, addestrati a obbedire, privi di iniziativa, corrotti, nemici di qualsiasi straniero che opera in Iraq". Replica a denti stretti Maurizio Scelli. Una risposta risentita dopo che ieri il "Corriere" ha pubblicato l'intervista con Mazin Abdullah Salloum, responsabile dell'ufficio relazioni internazionali della Mezzaluna Rossa a Bagdad. L'iracheno non ha parole tenere per il Commissario straordinario della Croce Rossa italiana. Lo accusa di aver messo a rischio la "neutralità" della sua organizzazione in Iraq. Di aver strumentalizzato l'attività dell'ospedale italiano a Bagdad per cercare di liberare gli ostaggi italiani, al punto da apparire come un "agente" del governo Berlusconi. Sostiene che i convogli di aiuti umanitari per Falluja nell'aprile scorso e quello per Najaf il 19 e 20 agosto, quando venne rapito Enzo Baldoni e ucciso il suo autista-interprete, sono state "operazioni suicide, che hanno ignorato i consigli della Mezzaluna Rossa". Soprattutto, afferma che al momento nessuno si sta preoccupando di trovare il corpo di Baldoni. "Non abbiamo ricevuto alcuna richiesta in merito", aggiunge Salloum. "Tutte menzogne, falsità. È una vergogna. I dirigenti della Mezzaluna sono gli stessi che lavoravano sotto Saddam. Sono abituati a mentire per screditare gli altri", replica Scelli. "In molti casi si sono mossi solo grazie ai nostri soldi. Senza di noi avrebbero fatto ben poco per portare aiuto alla popolazione. E come possono criticare i nostri convogli per Falluja, visto che c'erano anche loro?". Di più però non vuole dire, ieri ha anche rinviato la sua partenza per l'Iraq. E chiede a Massimo Barra, vice-presidente della Federazione Internazionale della Croce Rossa, di replicare in sua vece. "L'argomento per cui la Mezzaluna Rossa si muoverebbe alla ricerca del corpo di Baldoni solo se ricevesse una richiesta ufficiale dall'Italia mi pare pretestuoso. Perché un compito di questo genere rientra integralmente nel loro mandato. Se sanno dove si trovano i resti del giornalista italiano vadano a prenderli subito. Non hanno bisogno di alcuna richiesta, ufficiale o ufficiosa, da parte nostra", dice dunque Barra. E le accuse al convoglio organizzato il 19 agosto? ‟È vero. Tutto lascia credere sia stato preparato senza tener abbastanza conto dei pericoli. E in effetti il convoglio era stato proibito dallo stesso Scelli da Roma. Ma bisogna anche tener conto delle circostanze. Quel giorno si sono scontrate le due anime storiche della Croce Rossa. Quella burocratica, ufficiale, conservatrice. E quella volontaristica, passionale, generosa, un po' anarchica. Da Najaf gli stessi portavoce del leader estremista sciita Moqtada al Sadr ci chiedevano aiuto, si dicevano pronti a garantire l'incolumità del convoglio. E là si combatteva, c'erano morti e feriti per le strade. Mancavano medicinali, acqua, cibo. Chi se la sente di accusare tout court chi ha ritenuto giusto partire? Si è mosso sul filo sottile che divide follia da eroismo. Se ne fossero usciti indenni sarebbero stati degli eroi. Ma alla fine penso che l'Iraq sia un Paese più vivibile con una Croce Rossa presente piuttosto che assente”.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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