Maurizio Maggiani presenta il suo libro di racconti e canta. Canta prima sommessamente e poi a voce spiegata. Canta con chiara voce di tenore e per tutta la sala si diffondono le note della canzone del titolo: E´ stata una vertigine. La canzone si infila poi nel primo racconto, che, con il suo straripamento emotivo, ne riprende il quarto verso, "Scusami, scusami ancor", annunciandosi come storia di una iniziazione: "Il bambino era stato visitato dall´amore. Seppur così piccolo e ignaro, lui e l´amore si erano incontrati, e l´amore si era insinuato in lui con la languida fermezza di un´amante in agguato da un tempo immemorabile".
Così trascorrendo, anche gli altri dodici episodi finiranno col girare tutti intorno al tema di un amore presagito e sofferto nelle sue più segrete visitazioni. C´è l´amore del bambino che, divenuto uomo, per tutta la vita sentirà un fremito, un sussulto quando "nello stesso modo silenzioso e mite di allora, la canzone canterà dentro di lui. Torneranno allora, improvvisi e fugaci, la campagna, il cinema, il film". La campagna, prima di tutto: perché nel substrato di ogni ricordo e di ogni racconto di questo narratore nostalgico, c´è la sua infanzia contadina nel borgo di nascita, Castelnuovo di Magra. E c´è l´iniziazione cinematografica propria di tanti ragazzi di paese che, in un cinema paradiso di periferia, sono stati avvolti da una misteriosa felicità. "Dentro quella felicità c´erano la notte buia e fredda tutto intorno al cinema e dentro il cinema il tepore del velluto delle poltrone a ribalta... c´erano l´oscurità e i bisbigli e nell´oscurità il fascio di luce compatta del proiettore. Abitava nel cinematografo il più grande tra tutti i misteri che lo circondavano, e questa era la felicità". Una felicità ancor oggi ferma a quegli anni e a quei miti, primo fra tutti il mito-paradigma di un´attrice come Doris Day, con la sua statica bellezza bionda.
Da quando, nel 1995, Maurizio Maggiani, dopo alcune più sommesse prove narrative, è esploso sulla scena letteraria italiana, aggiudicandosi tanto il Viareggio come il Campiello, si sono cercate molte definizioni di questo narratore straripante e imprevedibile. Lo si è detto romanziere storico, narratore epico, cantastorie, favolista. E si è anche aggiunto che, con una più economica gestione di una fantasia rutilante come la sua, ogni volta di un romanzo se ne sarebbero potuti fare magari due. Il che, nella pianura disadorna della nuova narrativa italiana, potrebbe essere una notazione di rilievo tutt´altro che negativa.
Oggi Maggiani ci riappare con un libro di racconti. E la nuova prova narrativa, per il taglio breve delle storie, la concentrazione episodica intorno a un unico tema, spesso neppure esaurito, ma solo proposto nelle sue possibili soluzioni, sembrerebbe volerci proporre un´ulteriore definizione dell´autore, che potrebbe essere anche quella di stendhaliano analista dell´amore. Amore nostalgico di un uomo lasciato dalla sua umorale Doris Day di oggi; amore paterno apprensivo e pungente di un padre iperprotettivo per una bambina che gli sorride con i dentini conigli. Amore quasi sempre di un uomo che contempla il mondo e se stesso da un appartamento alto di una città marina. Ed è come se, con questa collocazione, lo scrittore volesse confermare quella distanza di sicurezza da lui mantenuta in tutti gli scritti autobiografici nei confronti di un mare agognato ma ancora lontano: "Bisogna che prima o poi impari ad abituarmi a questa vastità, al fatto che sono piantato qui in mezzo come radice di vigna, come cavolo nero, come nido di quaglia". Un contadino in mezzo al mare: che è l´autodefinizione e anche il titolo di un suo libro-album ("Viaggio a piedi lungo le rive da Castelnuovo a Framura"), pubblicato col Melangolo nel 2000.
Con Maggiani abbiamo in comune da anni proprio questo mare di Levante, queste querce del santuario di Soviore "poste a conforto del pellegrino", questa "pineta di crinale, primitiva, bellissima, e per metà carbonizzata", questi luoghi magici e terribili dove "tutto è raccolto, inchiavardato, contraffortato, perché ogni cosa non dirompa in mare". E la città, che lui guarda dall´alto della sua via Oberdan in questi racconti, non è La Spezia della residenza abituale ("E´ una città strana questa mia di oggi. E´, forse, ancora troppo giovane. E´ una bambina a cent´anni e più"). La città che si contempla è sempre Genova: quella Genova che nella Regina disadorna, con il suo porto e i suoi camalli, qui gruisti, o comunque sempre portatori di mestieri molto specifici, era divenuta il centro di una mitologia cittadina e marinara. E che ora, in un racconto come La Buriana diventa anche la Zona Rossa di avvenimenti ancora brucianti: "Io c´ero", dice Maggiani nel suo ricordo di piazza Alimonda. "Quel sabato di luglio la mia intenzione era, come sempre, di sistemarmi al bordo, e invece a un certo punto mi sono trovato nel mezzo del corteo". Quello che ha visto e pensato questo spettatore involontario può rientrare oggi nel novero delle testimonianze, di tanto più preziose quanto impremeditate. Il racconto di chiusura, Le tre Veroniche, è sì, di nuovo, una testimonianza autobiografica: ma una testimonianza tutta rivolta alla nostalgia di un preciso passato remoto, a quel 1961 quando si era sposata la zia Cesarina e lui era un ragazzetto di undici anni che poteva attraversare senza pericolo l´Aurelia "per andare dall´altra parte". Cosa che oggi appare difficilmente pensabile. Piaceranno forse e privilegiatamente a un pubblico di stranieri romantici questi racconti di un´Italia che, pur così prossima, appare già come immersa in un passato di favola.

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