"La guerra al terrorismo non si può vincere", ha detto ieri George Bush, in un momento di verità che i suoi hanno subito smentito. Ha detto la cosa giusta, il vero argomento che ha unito in una insolita, vastissima alleanza tutti coloro - pacifisti ed ex generali - che in America e nel mondo hanno detto subito che la guerra sarebbe stato un pauroso errore.
I tremendi episodi di questa giornata di sangue sono diversi, lontani, ma mandano lo stesso tremendo messaggio: la guerra è una arretrata e infantile sottovalutazione del terrorismo.
L’esempio ceceno è quello che spaventa di più. Vladimir Putin, un finto leader e un finto furbo, che assomiglia molto al suo amico Berlusconi, ha raso al suolo Grozny, la capitale, ha portato distruzione e morte in ogni angolo della Cecenia, ha accumulato cadaveri a centinaia di migliaia. Ma il mostro del terrorismo sfugge e ritorna. E quando non colpisce Mosca nel modo clamoroso e sanguinoso di ieri (ma colpisce spesso, dovunque in Russia) quando non abbatte (o fa abbattere) teatralmente due aerei, come è accaduto solo due giorni fa, quasi non si viene a sapere. Ma si muore. O si vive con più terrore.
In Iraq rapimenti, ricatti, minacce, esecuzioni, sono diventate lo spaventoso carnevale di un Paese completamente allo sbando, con un finto Primo ministro e gli americani chiusi nei carri armati e nei bunker, che distruggono molto ma non controllano nulla. Soprattutto non sfiorano il terrorismo, le sue sortite piene di sangue ma anche ambigue, il suo apparire da un lato (contro i combattenti) dall’altro (contro i pacifisti) e con indecifrabili puntate quasi frivole fuori dal caos iracheno, mostrando di prendere di mira una legge francese per passare chissà a chi chissà quale messaggio.
La polvere e le macerie dei combattimenti continui fanno temere, a volte, che gli americani stiano pensando al tremendo modello ceceno, come se in quel modello non si rivelasse in pieno l’orrore ma anche la futilità della guerra, l’ambiente ideale per coltivare strati di terrorismo sempre più misteriosi, sempre meglio nascosti, sempre più distruttivi, sempre più barbari.
Israele ha conosciuto presto l’orrore della bomba umana. In certi quartieri di Gerusalemme in quasi ogni stazione di autobus ingialliscono al sole le foto dei morti, molto spesso bambini che andavano a scuola.
Se guardate ai cadaveri che si ammucchiano nella guerra russa in Cecenia e in quella americana in Iraq due guerre che non possono finire (e che, come ha detto, sia pure per una svista, George Bush "non si possono vincere") vi rendete conto che il muro non è una risposta folle come la guerra. Erano mesi che non morivano israeliani a causa di bombe umane. Ieri, nella città di Beersheva dove un kamikaze ha fatto saltare un autobus facendo una strage (16 morti), mancava un pezzo di muro, che in quel punto non è terminato. A molti israeliani, a molti nel mondo, non piace Sharon perché promette vendetta. Ma il terrorismo lo rafforza. E il muro non è la guerra, che rischia di diventare totale.
Qualunque cosa si pensi del muro e di Sharon, tutto ciò aiuta a capire la delittuosa confusione che porta nelle opinioni pubbliche l’incitamento, da parte di voci autorevoli, alla guerra fra mondi, alla guerra cristiana, alla guerra di civiltà, che vuol dire continuare e moltiplicare tutto l’orrore della Cecenia, tutti i morti innocenti dei bombardamenti americani sulle "città liberate" dell’Iraq, mentre si continua a morire di kamikaze e autobombe nell’Afghanistan conquistato e abbandonato al suo destino. I terroristi vivono bene nella polvere e fra i cadaveri e sperano, con l’aiuto degli strateghi del mondo, di avere presto più guerra, più distruzione. Per poter continuare.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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