Non era mai stato così basso, il livello del Mekong: il più basso da vent'anni. Le cronache riferiscono con stupore che in certi punti della Thailandia settentrionale, dove i passeggeri usavano moli di cemento per salire sui traghetti che uniscono le due sponde del fiume, ora l'acqua è così bassa e lontana dai moli che bisogna saltare da una roccia all'altra per avvicinarsi alle barche. In quei piccoli porti fluviali della Thailandia settentrionale, riferisce un ampio reportage della ‟Far Eastern Economic Review”, barcaioli e pescatori ne danno la colpa alla Cina, che sta costruendo dighe su a monte. Per un terzo del suo corso infatti il Mekong scorre in Cina: scende dagli altopiani del Tibet e attraversa lo Yunnan, poi raggiunge il Laos (che separa dalla Birmania), attraversa la Thailandia, taglia la Cambogia e infine forma un gigantesco delta in Vietnam: un cammino 4.800 chilometri. I pescatori thailandesi dunque accusano le dighe cinesi. Gli esperti della Mekong River Commission (l'ente inter-governativo formati dai quattro paesi rivieraschi a valle) parlano piuttosto di siccità: il fiume è in secca perché nell'ultimo anno le piogge sono state più basse del normale. Certo è che la situazione ha spinto agenzie internazionali di sviluppo, governi, organizzazioni ambientaliste a rivedere lo stato di quel fiume da cui dipendono circa 70 milioni di persone. La siccità centra, è certo, ma non solo: le dighe (sul Mekong stesso in Yunnan e sui suoi affluenti più a valle), i progetti di navigazione, il sovrasfruttamento della pesca, tutto concorre. Solo l'inquinamento industriale è (per ora) risparmiato al Mekong - non ci sono grandi città o centri industriali lungo il suo corso, almeno fino alla capitale cambogiana Phnom Penh (che non è certo una grande metropoli), e la qualità dell'acqua è relativamente buona. Paradossale: per decenni il bacino del Mekong ha vissuto turbolenze terribili, guerre e lunghi periodi di isolamento. Ora la pace prevale, regimi socialisti inseguono economie di mercato, paesi rimasti isolati si aprono all'economia globale. Organismo finanziari come la Banca Mondiale e la Banca Asiatica di Sviluppo hanno lanciato programmi di infrastrutture ambiziosi per collegare i paesi rivieraschi con strade, "reticoli" per distribuire l'energia elettrica prodotta da nuove dighe, ferrovie. Promettono sviluppo e progresso: ma gran parte di quei 70 milioni di persone vivono di agricoltura di sussistenza e di pesca, e hanno tutto da perdere se l'equilibrio ecologico del fiume sarà stravolto.
Le dighe dello Yunnan sono dunque additate come il pericolo più immediato. Il fatto è che il Mekong ha un ciclo stagionale particolare: si gonfia nella stagione delle piogge, straripa e allaga le pianure indocinesi, su cui lascerà del buon limo che le fertilizza. Diversi affluenti in quella stagione invertono la corrente, l'acqua dal Mekong li risale. Il caso più spettacolare è quello del Tonle Sap, in Cambogia, dove l'acqua va a riempire un lago omonimo, che si gonfia come un polmone naturale. Alla fine della stagione delle piogge, in ottobre, il lago si stabilizza poi comincia a vuotarsi, l'acqua riprende a scorrere verso valle. E' il momento d'oro della pesca, quando la corrente riporta a valle i pesci ingrassati: e il pesce è la principale fonte di proteine in Indocina.
Le dighe nello Yunnan, accusano in molti, interrompono questo ciclo dell'acqua da cui dipendono la pesca, l'agricoltura, l'intero ritmo di vita della regione. Nella prima metà di quest'anno i cinesi hanno spesso serrato le chiuse delle loro dighe, per lavori: secondo il SouthEast Asia Rivers Network il risultato è che in porti come Chiang Khong, in Thailandia settentrionale, il livello del fiume è sceso a soli 45 centimetri. L'impatto delle dighe cinesi è discusso - Pechino fa notare che solo il 20 percento della portata del basso Mekong arriva dalla Cina, il resto viene dagli affluenti in Laos, Vietnam, Thailandia. Altri ribattono che questo è vero giù nel delta, non a Vientiane (Laos) o in Thailandia. Certo è che l'effetto combinato di siccità e altri stress crea conflitti - e rende ancor più urgente la cooperazione tra i paesi rivieraschi.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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