‟L'Alcione”, lo ‟Smeraldo”: nomi poetici, dai riflessi cangianti. Così si chiamavano le sale dove, a Milano, negli anni Sessanta, davano ancora l'avanspettacolo. Finito il film, aspettavo a occhi chiusi che i pesanti drappi del sipario si separassero rivelando, in un'esplosione di musica, lo scenario retrostante. Guardavo e avevo davanti Parigi con la Torre Eiffel e il Moulin Rouge, una spiaggia tropicale bianca tra le palme, le insegne luminose e i grattacieli di New York. Fondali sommari, polverosi, un po' consunti, ma io non me ne accorgevo, e anche le ballerine mi sembravano bellissime. Soprattutto erano nude - nude quanto era permesso esserlo in quegli anni. A me bastava. All'avanspettacolo il pubblico andava per le ballerine e per i doppisensi dei comici, ma esistevano anche i numeri di contorno: cantanti, giocolieri... "Granada tierra ensangrentada en tardes de toros, /mujer que conserva el embrujo de los ojos moros,/ te sueño rebelde y gitana cubierta de flores / y beso tu boca de grana, jugosa manzana /que me habla de amores". Il cantante ce la metteva tutta. Aveva una di quelle voci che minacciano di far cadere i lampadari, e l'acuto finale non finiva mai. Ma gli applausi erano meno altisonanti della voce e si esaurivano presto. Quello che forse impressionava ancora in provincia, non piaceva più nella grande città. "I veri artisti, si sa, non vengono capiti": questo avrà pensato il cantante grasso mentre tornava a passettini dietro le quinte, pieno di astio verso il pubblico incompetente e di invidia per gli applausi mietuti dalle ballerine con i loro asincroni sgambettii. Sulle sue spalle curve sembrava gravare il destino inconsolabile degli infiniti artisti senza successo.
Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti, versiliese collabora al Corriere della Sera.

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