Non era difficile trovare camere ammobiliate a Milano, agli inizi degli Anni Sessanta: bastava comprare il ‟Corriere” e spigolare tra gli annunci. Colonne e colonne di annunci che offrivano camere ammobiliate. Ad affittare erano vedove che non avevano altre risorse per procurarsi un reddito. Spesso all'inquilino veniva concessa la camera più bella: quella matrimoniale, dove si era consumata una lunga unione. Dormivamo tra foto alle pareti, nel letto dove il marito era morto. "Affittasi camera signorile solo a distinti": questa formula era un deterrente con cui le vedove speravano di scoraggiare le persone volgari o malintenzionate. La clausola mi turbava un po' , le prime volte. "Chissà se sono abbastanza distinto", pensavo. Col tempo avrei imparato che non tutto andava preso alla lettera. A causa dello stato di bisogno in cui versavano, le vedove erano di manica larga nel giudicare la "distinzione" di chi si candidava a ospite. Si preoccupavano soprattutto di apparire "distinte" a loro volta: parlavano del marito, di solito un ragioniere o un geometra diventato dirigente di qualche azienda, e degli anni fastosi in cui avevano avuto un palco alla Scala. Ho vissuto per anni in quelle camere "signorili" riservate solo a "distinti". Ebbe inizio così l'imperfetta promozione sociale mia e di molti altri che in quegli anni arrivavano a Milano dal Sud o dalla campagna. Spesso le vedove erano irrequiete. Durante la notte udivamo i loro passi. Andavano avanti e indietro nella casa, in compagnia di chissà quali pensieri. Anche noi eravamo irrequieti, pieni di speranze ma anche di interrogativi. Il mattino dopo, in cucina, quelle sconosciute in vestaglia ci avrebbero offerto il caffè.
Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti, versiliese collabora al Corriere della Sera.

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