C'era una volpe, nell'armadio di mia madre. Una vecchia volpe con una coda ancora gonfia e, incastrati nel musetto aguzzo, due occhietti vispi, ancorché di vetro. Usciva poco e solo d'inverno, al collo di mia madre. Il resto del tempo lo passava rannicchiata in un angolo di quell'armadio. Io le facevo visita, di tanto in tanto. Mi piaceva carezzarla perché era morbida, ma soprattutto mi piaceva parlare con lei. Attraverso il libro di lettura ero stato messo al corrente delle sue astuzie. Per esempio, conoscevo lo stratagemma con cui si era impadronita di un pezzo di formaggio tenuto in bocca da un corvo. Guardandola, pensavo a quella e ad altre storie e mi sembrava che la volpe ridacchiasse, lì nel suo angolo. Ma non c'erano solo le favole: insieme alle faine, le volpi costituivano una minaccia permanente per i pollai. Anche il nostro fu saccheggiato. Ricordo che era caduta la neve e nella neve vedemmo piccole tracce di zampe e penne e schizzi di sangue. Alcuni cacciatori si offrirono di vendicare la rapina, ma la colpevole non fu, per quella volta, trovata. Povera volpe dell'armadio, dov'erano ormai le sue astuzie? Nel corso della vita avrei visto molti come lei: politici, finanzieri, faccendieri che per qualche tempo avrebbero stupito tutti con i loro stratagemmi e di cui oggi non rimane, ahimè, nemmeno le pelliccia. Una delle occasioni in cui mia madre indossava la volpe era la messa di mezzanotte a Natale. Forse suo malgrado, la selvaggia nemica dei pollai veniva così costretta a partecipare alla festa della bontà e della mitezza. Diventava anche lei un personaggio del presepio, come il bue e l'asinello e le luci dell'altare si riflettevano nel giallo dei suoi occhietti di vetro.
Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti

Giovanni Mariotti, versiliese collabora al Corriere della Sera.

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