Il George W. Bush che si è presentato alla Convention dei suoi elettori per accreditarsi come "l’uomo nelle cui mani ci sentiamo più sicuri", secondo le parole di sua moglie Laura, non aveva tuttavia ieri in mano il filo della sua principale battaglia: la lotta al terrorismo. Il destino di questo scontro si è spostato ormai da giorni in due capitali, Parigi e Mosca, e per la prima volta dall’11 settembre 2001 Washington è dunque ai margini di vicende la cui soluzione potrebbe influire sostanzialmente sul corso dello scontro in atto e in parte anche sulle alleanze internazionali. L’azione cecena ha radici nel nazionalismo politico che ha ispirato lunghi secoli di resistenza alla Russia - e solo di recente sul nazionalismo si è stesa una patina di quel Wahabismo che ispira i seguaci di Osama. Lo scopo dell’operazione in Ossezia appare infatti tradizionale, molto "geopolitico": teso a riaffermare, pochi giorni dopo le elezioni di un Presidente ceceno imposto dai russi, che la guerriglia è ancora in grado di attaccare Mosca. I rapitori dei giornalisti francesi fanno invece un gioco che tende a condizionare la politica europea, come già successo in Spagna, Italia e Polonia. Tuttavia, pur nella differenza, sia Mosca che Parigi hanno aperto una trattativa con i terroristi. In entrambi i casi, nella decisione sembrano contare elementi nazionali. Per la Francia, il peso di una tradizione di influenza nel Medioriente e il peso di una vasta cittadinanza musulmano-francese. Per Putin - che in passato si è dimostrato spesso di pelle dura (si ricordi la gestione dell’affondamento del sottomarino nucleare con i marinai intrappolati, o l’assalto con il gas al teatro di Mosca preso in ostaggio dalle donne kamikaze) - oggi la trattativa si impone intanto perché sono coinvolti dei bambini, ma anche perché l’attacco in Ossezia dimostra che la guerriglia cecena, dopo aver infettato la vicina Inguscezia, rischia di allargare il suo campo di influenza. Come si vede, nessuna di queste motivazioni nasce in maniera antagonistica a Washington; tuttavia, nel corso della trattativa sia la Francia che Mosca si stanno spendendo lo stesso merito agli occhi dei terroristi: non essere scesi in campo accanto agli americani in Iraq. Si è creato così uno scenario di obiettivo confronto: per la prima volta dall’11 settembre le differenze politiche maturate in Occidente si sono tramutate in due diverse opzioni pratiche, forse incompatibili, nello scontro con il terrorismo. Se infatti Parigi e Mosca dovessero ottenere il rilascio degli ostaggi si proverebbe che il dialogo è meglio della guerra. Sarebbe un duro colpo per le ragioni di Washington. E l’Europa (o almeno alcune nazioni) potrebbe trasformare il suo dissenso con gli Usa in una candidatura a una leadership alternativa della crisi. Viceversa, se gli ostaggi dovessero morire, con loro morirà anche ogni idea di dialogo, e Washington ne uscirà rafforzata. Tuttavia, qualunque sarà il risultato (con l’augurio comunque di una salvezza di tutti) nessuna delle due soluzioni sarà indolore. La vittoria della trattativa avrebbe in sé segnali inquietanti: lo spettro di un terrorismo maggiormente coordinato in tutta Europa, dalla Russia a Parigi appunto; l’emergere di una contiguità molto forte fra Paesi arabi moderati e terrorismo, tale da poter influenzare il corso degli eventi; infine la sanzione di una capacità del terrorismo di inserirsi nel dibattito occidentale. E non è detto che questi mali siano migliori dei precedenti: di fronte a un nemico come questo terrorismo, la scelta fra trattativa e guerra rimane l’alternativa del diavolo.
Lucia Annunziata

Lucia Annunziata

Lucia Annunziata, giornalista, corrispondente per “il manifesto”, “la Repubblica”, “Corriere della Sera”, negli Stati Uniti, in America Latina e Russia, conduttrice di trasmissioni politiche televisive e direttrice del Tg3, è stata nominata direttore dell’Agenzia di informazione internazionale ApBiscom. Ha vinto il Premiolino per i suoi servizi durante la guerra del Golfo e il Premio Max David come inviato di guerra, nel 1993 ha avuto la Nieman Fellowship dell’Università di Harvard, dal 2003 al 2004 è stata presidente della Rai. Con Bassa intensità (Feltrinelli, 1991), il suo primo libro, ha vinto il Premio Malaparte e con La crepa (Rizzoli, 1998) il Premio Saint Vincent. Dirige dal 2013 "Huffington Post Italia".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>