Da cinquant'anni ormai, la ‟Dmz” è una sorta di monumento alla guerra fredda. Dmz sta per demilitarized zone, zona demilitarizzata: un corridoio largo 4 chilometri che corre per 250 chilometri tagliando la penisola di Corea. È la linea del cessate il fuoco che mise fine alla guerra di Corea nel 1953, da allora segna il confine di fatto tra la Corea del sud e quella del nord (rispettivamente, la Repubblica di Corea e la Repubblica popolare democratica di Corea). Una sorta di cuscinetto: "demilitarizzata" significa in realtà zona supersorvegliata, chiusa da entrambi i lati da recinti invalicabili, off-limits per ogni essere umano salvo le pattuglie di guardia di frontiera di entrambi i lati (l'unico punto di contatto, nel villaggio di Panmunjon, è la frontiera più chiusa del mondo). Un simbolo della tensione. Il fatto è che proprio grazie a questo la Dmz è rimasta il territorio meglio conservato della penisola, una sorta di paradiso ecologico. Non è azzardato dire che è il "santuario naturale" più importante dell'Asia nord-orientale, forse dell'Asia orientale tout-court: la guerra fredda qui ha un involontario risvolto positivo. Lascia a sé, la Dmz è tornata a coprirsi di praterie e brughiere nella parte occidentale, di foreste fitte e verdissime sul versante orientale, montagnoso. Uccelli migratori, tra cui alcune rare e minacciate specie di gru, ne hanno fatto una tappa fissa. Tra gli abitanti permanenti si contano l'ormai raro orso nero asiatico, il leopardo, la lince euroasiatica, l'antilope Gorax: qualcuno è convinto che vi sia tornata anche la tigre dell'Amur, o siberiana, mitica abitante della penisola coreana da cui si pensa sia stata eliminata durante la dominazione coloniale giapponese. La tigre non è stata vista per la verità, solo un appassionato documentarista ha filmato delle orme che sembrano proprio quelle del felino... (il ‟New York Times” giorni fa raccontava la sua ostinata ricerca).
Questo santuario ecologico però è minacciato. È un paradosso: creato dalla guerra fredda, a minacciarlo è la prospettiva di distensione tra le due Coree. Per il momento il relativo dialogo si è tradotto, per quel che riguarda la Zona Demilitarizzata, in due passaggi: a est, da qualche mese una strada permette a gruppi di turisti sudcoreani di raggiungere una località turistica montana nel Nord. È un passaggio controllato, i turisti sono "impacchettati" fino all'arrivo e non possono certo scorazzare nella Dmz, ma è il primo transito di civili da cinquant'anni. A ovest, sono state appena costruite una nuova autostrada e una ferrovia. A breve è probabile che gli scambi economici si intensifichino - la Corea del sud sta già investendo in "zone speciali" a Nord dove mettere stabilimenti industriali. Il timore di molti ambientalisti è molto realistico: la Corea del Sud si è data come priorità lo sviluppo economico del Nord, deindustrializzato e arretrato. Il Nord si è dato la medesima priorità, e manca di un movimento ambientalista (o qualsivoglia movimento di opinione pubblica) che si preoccupi della sorte di quel rifugio naturale. La Dmz potrebbe svanire in breve, colonizzata da strade e industrie o resort turistici per i sudcoreani.
A meno che... Un gruppo di ambientalisti ha lanciato la proposta di trasformare la Zona Demilitarizzata in un "Santuario della natura e della pace". Il gruppo si chiama "Dmz Forum", comprende accademici ed ecologi e ha sede negli Stati uniti. Durante una conferenza a Seoul, in luglio, argomentavano: "La Dmz contiene una gamma unica di biodiversità nativa", può diventare un laboratorio ecologico dove studiare la capacità della natura di rigenerarsi e la sostenibilità degli ecosistemi. È anche "un luogo storico", sepoltura di centinaia di coreani caduti durante la guerra, rappresenta ormai un'eredità della storia della Corea. Bisogna farne un'area protetta, santuario dello "spirito coreano". Obiettivo immediato del Dmz Forum è che l'Unesco la dichiari "sito patrimonio dell'umanità". Sembra ragionevole. E però una richiesta dovrebbe essere presentata dai governi delle due Coree, che finora non si sono mostrati interessati.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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