La prossima riunione del consiglio di amministrazione di ‟Mediobanca”, convocato per il 16 settembre, ha all'ordine del giorno il bilancio dell'esercizio 2003-04, che si annuncia positivo grazie anche al crescente apporto di attività con clienti non azionisti. Ma questo risultato, di per sé incoraggiante, non basta a comporre le tensioni che affiorano tra i soci sul destino della prima banca d'affari italiana: in particolare, tra ‟Capitalia” e ‟Unicredito” che di ‟Mediobanca” sono i principali azionisti con il 9,7 e l'8,7% del capitale. Nessuno, al momento, vuol precipitare le decisioni. Ma la sola ipotesi che il direttore generale Alberto Nagel potesse accettare la proposta di passare al ‟Sanpaolo Imi”, fattagli nei giorni scorsi dal banchiere torinese Enrico Salza, è bastata a riaprire la questione della governance di ‟Mediobanca”. E non tanto perché, nei suoi 58 anni di storia, ‟Mediobanca” ha licenziato o costretto alle dimissioni alcuni suoi massimi dirigenti, ma non è mai stata lasciata. Quanto perché in piazzetta Cuccia le regole e i costumi stanno cambiando, ma non è ancora chiaro in funzione di quale progetto strategico sulla ‟Mediobanca” dei prossimi dieci anni. Il fatto che, secondo le agenzie, Nagel abbia deciso di restare al suo posto, non cambia la sostanza del problema. Per oltre mezzo secolo, l'alta dirigenza, protetta da statuto, patto di sindacato e prassi, ha lavorato in piena autonomia rispetto agli azionisti industriali e bancari, che venivano coinvolti nelle decisioni nei tempi e nei modi scelti, di fatto, dal fondatore Enrico Cuccia e dal suo successore, Vincenzo Maranghi. Questo regime interno ha neutralizzato i conflitti d'interesse tra i soci industriali e ‟Mediobanca”, azionista e creditrice dei medesimi. Secondo l'ex presidente della ‟Comit”, Sergio Siglienti, alla fine ne traeva vantaggio il potere del management della banca: non a caso, Siglienti chiama i soci industriali debitori di riferimento. Altri conflitti d'interesse hanno poi coinvolto le banche azioniste di ‟Mediobanca”, perché il Testo unico del 1993 ha dischiuso loro le porte del credito a medio termine e delle partecipazioni non bancarie. Dopo la scomparsa di Cuccia, ‟Unicredito”, ‟Capitalia” e, via via, i soci industriali hanno ritenuto che quella governance fosse degenerata in un potere irresponsabile, almeno nei loro confronti. E hanno posto la dirigenza sotto la doppia tutela di un presidente, Gabriele Galateri, figlio di una cultura diversa e, soprattutto, dotato di alcuni poteri esecutivi che non avevano i suoi predecessori, e di una serie di comitati del consiglio, che lasciano alla piena autonomia del management soltanto l'ordinaria amministrazione. Forse non è una mera coincidenza se il direttore generale non fa parte, almeno per ora, del consiglio e dunque non ha la qualifica di amministratore delegato. Se questo regime un po' assembleare riuscisse a trovare sintesi rapide ed efficaci, non ci sarebbero problemi. Ma così, finora, non è stato. E la soluzione non sta nella mera riproposizione di un'amministrazione delegata. Il dissenso su ‟Rcs MediaGroup” tra Galateri e il banchiere di ‟Capitalia”, Cesare Geronzi, è diventato di pubblico dominio per quanto riguarda sia il metodo (i poteri del presidente di ‟Mediobanca”) che il merito (accrescere o meno per quanto possibile la partecipazione nel gruppo editoriale che pubblica questo giornale). Altri contrasti si sono manifestati sulle ‟Generali”. ‟Unicredito”, per esempio, non voleva conferire un mandato triennale all'attuale vertice della compagnia. La presidenza e il management di ‟Mediobanca” sono riusciti a coagulare i consensi necessari a lasciare in sella fino al 2007 Antoine Bernheim, 80 anni compiuti il 4 settembre, e i due amministratori delegati. Ma il contrasto tra i principali azionisti si va ora manifestando anche in consiglio di amministrazione su questioni di ben più vasta portata. Secondo ‟Unicredito”, ‟Mediobanca” dovrebbe vendere le partecipazioni in ‟Generali” e ‟Rcs MediaGroup” per poter fare la banca d'affari con nuove, ingenti risorse e senza più attirare l'interesse di quanti, per suo tramite, vogliono avere voce in capitolo nella prima compagnia assicurativa e nel primo gruppo editoriale del Paese, e perciò stesso ne condizionano i movimenti. Alienate le due partecipazioni oggi definite strategiche, sarebbe più facile anche risolvere il conflitto d'interessi tra le banche azioniste e piazzetta Cuccia. Questa posizione ha destato un certo scalpore sia in banca che tra i soci per diverse ragioni. ‟Capitalia” osserva che le due partecipazioni possono aumentare molto il loro valore e, comunque, costituiscono gran parte del patrimonio di ‟Mediobanca”. Il problema, per il socio romano, non è vendere, ma esercitare un'influenza adeguata su un colosso il cui presidente è anche esponente di punta del gruppo francese largamente presente in ‟Mediobanca”. Vendere, d'altra parte, non è così facile. Specialmente nel caso delle ‟Generali”. In questi giorni, circola di nuovo l'ipotesi che le fondazioni bancarie potrebbero esercitare nel capitale del Leone un ruolo assai più rilevante di quello che, finora, si è ritagliata la ‟Cariverona”. Ma il punto è il prezzo: se vendesse, ‟Mediobanca” dovrebbe pretendere un adeguato premio di maggioranza che rischierebbe di rendere poco profittevole poi l'investimento per soggetti come le fondazioni, mentre potrebbe essere sempre appetibile per un grande concorrente internazionale. Lo stallo tra ‟Unicredito” e ‟Capitalia” cristallizza, al momento, lo statu quo. Ma il dibattito avviato in consiglio pone il problema di come ‟Mediobanca” possa esercitare il ruolo di primo azionista delle ‟Generali”: se in chiave conservatrice, per proteggere la sua posizione di comando, o se in chiave propulsiva, per far crescere ancora, e molto, il gruppo assicurativo triestino, anche a costo di allentare la presa e di fare delle ‟Generali” la prima, vera public company italiana. A quel punto, il contrasto tra ‟Unicredito” e ‟Capitalia” si risolverebbe da solo sia sulla governance che sul resto.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

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