Non solo avevano ben pianificato il blitz e sapevano esattamente chi colpire i rapitori di Simona Pari, Simona Torretta e dei loro due collaboratori iracheni. Ma soprattutto il loro modus operandi ricorda da vicino quello degli agenti delle squadre speciali di Saddam Hussein. "Gente ben addestrata, educata. Rasati, pettinati, parlavano un arabo impeccabile, al cento per cento iracheni della buona società. Nessun tipo di accento straniero. Avevano studiato le mappe della nostra palazzina. E c'era un capo. Un tizio con la giacca scura che restava in disparte e impartiva ordini brevi, secchi. A un certo punto uno dei rapitori è scivolato sulla scala che porta al primo piano. Era salito a perquisire le stanze da letto delle due italiane, il mitra M.16 gli è caduto a terra. E subito si è rivolto al capo per scusarsi con un inequivocabile saidi , come nella gerarchia militare si parla al comandante", dicono i testimoni. Nessuno vuole dare nomi, regna la paura. Però serpeggia un sospetto, inevitabile in situazioni di questo genere: "Forse c'è una spia tra noi. I terroristi hanno una talpa che bazzica nel giardino tra gli uffici del Ponte per e di Intersos".
Si ricostruiscono i momenti prima del blitz, si cercano di ricordare le telefonate strane, eventuali auto parcheggiate di fronte. Comunque, per tanti il blitz dell'altro ieri ha riproposto come un terribile incubo le memorie della dittatura. Il Mukhabarrat, il famigerato servizio segreto di Saddam Hussein responsabile di infiniti crimini, aveva al suo interno un'unità specializzata nei rapimenti. La chiamavano "Al Ameliat al Khassa" ed era incaricata di far sparire gli oppositori del regime, capi tribù troppo indipendenti, gente scomoda alla nomenklatura. "Magari sono stati riciclati, ora lavorano per l'estremismo islamico, o per gli ex baathisti che operano tra Falluja e Mahmudia, attorno a Bagdad", confida un ex ufficiale del Mukhabarrat.
Solo ipotesi, per ora. Perché, al momento, tra gli amici e colleghi di lavoro dei rapiti regnano sgomento, confusione, timore. La polizia del governo Allawi promette di creare un'unità speciale per occuparsi del caso "con la massima priorità". Una notizia accolta qui con scetticismo. Cosa può fare questa polizia che a Bagdad non è neppure in grado di regolare il traffico?
Ieri mattina, i colleghi dei rapiti sono tornati nel giardino delle due organizzazioni umanitarie a Bagdad per lanciare un appello ai sequestratori e alla società civile. "Liberateli. Hanno sempre lavorato per il bene del nostro popolo", dicono alla piccola folla di giornalisti locali e stranieri. Al banco degli oratori spicca il turbante bianco dello sceicco Anwar. Un personaggio citato spesso dalle "due Simona". Quasi non passava giorno senza che lui venisse a trovarle negli ultimi mesi. "Il nostro angelo custode", lo chiamavano scherzosamente. Perché Anwar è uno dei capi locali tra la comunità sciita attorno a Sadr City, dove il "Ponte per..." fa da garante, ha in cura il ripristino di alcune scuole elementari. Ieri non ha risparmiato le parole. "Questo rapimento non è islamico e non è iracheno - ha detto Anwar -. Va contro la nostra religione e contro il nostro popolo. Vi preghiamo, continueremo a pregare: liberatele subito". Un altro attivista dei diritti umani locale, Mohammad al Mussawi, ha ricordato gli aiuti mandati dalle due associazioni italiane a Falluja in aprile e a Najaf soltanto tre settimane fa, quando la città santa sciita era al centro di una feroce battaglia. Poi legge un fax arrivato direttamente da un comitato di Falluja, una cinquantina di chilometri dalla capitale, che ieri era ancora sotto i bombardamenti americani: "Le organizzazioni delle persone rapite sono contrarie all'occupazione. Ci hanno difeso ai tempi dell'embargo, non fate loro del male".
E si parla anche dei due iracheni rapiti con le italiane. I sequestratori avevano una lista con i nomi delle persone da prelevare. La ragazza, Manhaz Assam, 29 anni, si occupa di coordinare i programmi di Intersos. Di origine curda, è sempre vestita in modo tradizionale, con il capo coperto per non urtare le sensibilità dei quartieri dove opera. "I rapitori hanno aperto la porta e se la sono trovata davanti. Lei forse ha reagito. Loro le hanno inferto una scarica elettrica con un manganello speciale. E' svenuta ed è stata caricata in auto di peso".
Sono spezzoni di memoria di quei cinque terribili minuti. Altri emergeranno nei prossimi giorni. Raad Ali Abdul Aziz, classe 1969, è un brillante ingegnere civile che ha anche una cattedra all'università di Bagdad. Lavora al "Ponte per..." da cinque anni. Prima della guerra l'anno scorso le sue conoscenze tecniche erano preziose per i programmi di ristrutturazione della rete idrica irachena, danneggiata dal conflitto del 1991 e dall'embargo internazionale. Nell'ultimo anno è stato lui a seguire nel dettaglio la ristrutturazione delle scuole.
I rapitori non gli hanno dato neppure il tempo di replicare. Dopo la verifica del nome è stato spinto verso i gipponi in attesa fuori dalla villetta.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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