Alla fine avevano paura le "due Simone". Dopo il rapimento e l'assassinio di Enzo Baldoni, il tarlo del dubbio aveva iniziato a rodere la loro corazza di sicurezze. "Così l'ultima settimana di agosto avevano iniziato a contattare tutte le autorità possibili per chiedere protezione", raccontano i loro collaboratori alla sede di Bagdad del "Ponte per...". Triste, melanconico, disperato dettaglio: nelle loro borsette rimaste in ufficio dopo il rapimento c'erano alcune lettere in arabo scritte dai dignitari sunniti e sciiti che avevano incontrato negli ultimi mesi. Alcuni sono solo capi-quartiere, altri religiosi noti. In tutte la stessa formula, in cui si invita chiunque a "rispettare" le italiane e i loro colleghi. Con a piè pagina il numero di telefono per eventuali chiarimenti e la firma. Erano persino andate nel grande complesso di moschee e minareti in marmo bianco e azzurro che ospita il Consiglio degli Ulema a nord di Bagdad. Un posto conosciuto da chiunque si sia preoccupato della liberazione di ostaggi. Qui i notabili sunniti sono più volti intervenuti nei loro proclami per chiedere ai sequestratori di avere pietà, in nome dell'Islam e delle sue leggi. E avevano visto Abdel Salam Qubaissi, noto a chiunque abbia seguito la vicenda del rapimento delle quattro body guard italiane in aprile. "Si sentivano sotto pressione da più parti. Mi avevano chiesto aiuto per inviare un nuovo convoglio umanitario a Falluja", ha confermato venerdì alla tv araba ‟Al Jazira” lo stesso Qubaissi. Ieri l'ambasciatore italiano Gianludovico De Martino è tornato da Qubaissi per chiedere aiuto. Ma forse Simona Torretta e Simona Pari avevano compiuto anche qualche passo falso. Nella loro determinata ingenuità di essere sempre e comunque dalla parte del popolo iracheno, contro la guerra, contro l'occupazione americana, certo distanti anni luce dalla politica del governo Berlusconi, avevano forse preso contatti e si erano fatte conoscere in ambienti legati ai gruppi più radicali della guerriglia e del terrorismo nel Paese. "Se chiedi la protezione di un'autorità prima di tutto devi essere certo che sia fidata e in secondo luogo non puoi chiedere la stessa cosa a un'altra", dicono ancora a Bagdad. Passi che letti con le memorie di quei giorni, spezzoni di frasi, silenzi, sguardi, oggi hanno una sola spiegazione: paura. La solita, antica, endemica e irreversibile malattia irachena. Uno dei libri più profondi scritti alla fine degli anni '80 per descrivere il regime di Saddam Hussein ha anche il titolo più significativo: La Repubblica della Paura. E paura non significa solo timore della guerra, della fame, delle malattie, delle bombe o degli attentati. Ma soprattutto perenne senso di insicurezza, l'impressione di non essere mai padroni della propria vita, di essere sempre appesi a un filo sottile. Paura delle violenze tribali, dello scontro tra sciiti e sunniti, delle influenze radicali iraniane, del wahabismo saudita, dei curdi e degli omicidi tra curdi. E ancora, paura che gli americani vogliano restare per sempre, che il Kuwait rubi il petrolio, che la Turchia blocchi il corso di Tigri e Eufrate. Dalla fine della guerra nell'aprile 2003 si è aggiunto l'incubo della geografia della violenza che cambia di continuo. Lo dimostrano i rapimenti. Regioni, strade e quartieri che sino a ieri erano considerati tranquilli diventano nel giro di pochi giorni riserve di caccia per banditi e guerriglieri. Ti attaccano mentre passi in auto, entrano in casa, sparano a chiunque. La polizia è latitante. Spesso sono gli stessi agenti ad aiutare i banditi. Non sai mai di chi fidarti. "Quando sono arrivati i rapitori al ‘Ponte per...’ in un primo momento eravamo convinti che fossero davvero poliziotti del governo Allawi", ripetono i collaboratori di Simona Torretta e Simona Pari. Terrore e ignoranza fanno il resto, offuscano ogni pensiero razionale. Ora non è difficile trovare chi afferma con tutta tranquillità che "in effetti le due italiane sono state prese da una squadra speciale di Allawi perché troppo antiamericane". Così le assurdità più madornali seminano il dubbio. Non si è più certi di nulla. Leggende, paranoia e confusione trionfano. Ieri ancora uccisioni e rapimenti. Un colonnello della Guardia Nazionale (il nucleo dell'esercito nascente) è stato assassinato con il figlio e l'autista da un commando che ha fatto fuoco contro il loro mezzo a Baquba. Un altro ufficiale ha avuto la moglie e i 3 figli rapiti e gli hanno anche incendiato la casa. E sono stati inoltre rinvenuti i corpi di due ingegneri iracheni che lavoravano per gli americani nella base di Taji, circa 200 km a nord di Bagdad. Non si sa con precisione quante donne, mogli e figlie, siano state violentate e torturate. Ma è sufficiente l'ipotesi che ciò sia possibile. Il modo più terrificante per indurre chiunque a non collaborare più con "il nuovo corso" seguito alla guerra. Ti rapiscono i famigliari, chi ti è più caro al mondo, e, se non ti dimetti subito e chiedi pubblicamente ammenda, non li rivedrai mai più. Quasi nessuno resiste al ricatto. Con la paura non ci si fida più di nessuno. Le voci di spie e complotti crescono incontrollati. Chi poteva odiare tanto le due Simone e i loro due collaboratori iracheni da venderli ai rapitori? Magari nessuno, magari qualcuno tra gli stessi dipendenti, o ex dipendenti del "Ponte per..." e ‟Intersos”. Si esamina chi il pomeriggio del 7 settembre non era in ufficio. Si sparge la voce che tutti siano ora pedinati dalla stessa banda di 5 giorni fa. C'è chi giura di avere visto macchine sospette, brutti ceffi all'interno. Nulla di nuovo. Ai tempi di Saddam Hussein l'incubo di cadere nelle mani del famigerato Mukabarat (il servizio segreto) era perenne. L'assurdo, il tragico e drammaticamente ingiusto, è che due giovani volontarie italiane venute per il bene dei bambini e dei malati iracheni ora lo provino con sofferenza sulle loro giovani e bellissime vite.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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