"Liberatele", "Simone, vi stiamo aspettando a casa", "Tornate tra noi", si legge sui manifesti in arabo e inglese. Fogli colorati, scritti a pennarello dai bambini, addolciti dal disegno di un fiore, di un cuore. Ricordano quelli degli scolari appesi nell'ufficio ora tristemente sbarrato di ‟Un ponte per...” Ma ieri spiccavano sulla colonna di marmo verdastro in piazza Furdus, dove sino al 9 aprile 2003 torreggiava la statua di Saddam Hussein. Sono stati i segni più evidenti della piccola manifestazione in sostegno delle "due Simone" e dei loro collaboratori iracheni rapiti alle 5 del pomeriggio il 7 settembre. Gente che le due italiane le conosceva bene. Collaboratori, amici, attivisti di organizzazioni umanitarie irachene, maestri delle scuole che il ‟Ponte per...” sta ripristinando e soprattutto mamme e bambini che usufruiscono del programma "Nacbar". Un nome astruso per un'idea carica di amore: fornire medicinali e assistenza ai piccoli malati cronici del Paese. "Le due Simone spesso sono arrivate negli aiuti dove né il governo di Saddam né le autorità del dopo-guerra erano mai giunti", hanno detto in tanti. Ma, a dire il vero, c'era poca gente. Una settantina di persone al massimo. Nulla rispetto alla gigantesca mobilitazione in Italia e in Europa. E che qui spiegano così: "In Iraq muoiono ogni giorno decine di civili, donne, bambini. Altri sono feriti, menomati in modo orribile. Perché ora dovremmo fare tanto fracasso per due italiane?". Parole che danno il senso di un Paese disilluso, cinico, preoccupato, chiuso su se stesso. I maggiori quotidiani arabi nazionali, ‟Azzaman” e ‟Al-Sabah”, ancora ieri non riportavano una riga sul rapimento. E gli altri lo facevano citando le agenzie straniere da Roma. Gli amici e collaboratori dei rapiti stanno cercando di fare dunque uno sforzo in più. E mirano a cercare contatti con le grandi tv arabe: ‟Al Jazira” e ‟Al Arabyia”. Occorre spiegare nella loro lingua ai rapitori e ai loro spalleggiatori chi sono e cosa fanno le due Simone in Iraq assieme agli altri rapiti. Ma la situazione resta esplosiva. Ieri sono state rese note alcune valutazioni sul numero delle vittime dall'inizio della guerra, il 20 marzo 2003. Si stima che i morti solo a Bagdad possano aggirarsi sui 10.000. E in tutto il Paese potrebbero essere oltre 30.000, all'incirca 30 ogni soldato Usa deceduto. Cifre del resto in continuo aumento. Nell'ultima settimana gli alti comandi Usa in accordo con la Guardia Nazionale dell'attuale governo ad interim hanno deciso di porre fine al fenomeno delle enclaves indipendenti in mano a guerriglia e terrorismo, così come si sono sviluppate nel centro del Paese a partire dall'aprile scorso. Cuore dei combattimenti nelle ultime 24 ore è stata soprattutto la zona di Talafar, cittadina a maggioranza sciita-turcomanna posta a circa 75 chilometri dal confine con la Siria (e oltre 450 da Bagdad). L'altro giorno gli elicotteri Usa l'avevano sorvolata diffondendo per megafono un avvertimento preciso ai 150.000 abitanti. "Uscite al più presto. Evacuate le vostre case, perché qui ci sarà battaglia". E infatti le bombe sono iniziate a cadere ieri prima dell'alba. Obiettivo dell'operazione: uccidere o catturare gli uomini della guerriglia locale e volontari dei gruppi radicali arrivati dal confine siriano. Ieri sera si contavano 45 morti e oltre 50 feriti. Proseguono gli scontri anche nella roccaforte sunnita di Falluja. In particolare qui è stata colpita un'abitazione, dove secondo gli americani si trova un covo dell'uomo di Al Qaeda in Iraq, il giordano Abu Musab al Zarqawi. I morti sono una dozzina, tra cui almeno 4 donne e 2 bambini. E battaglia infine a Samarra. Era dai primi di giugno che le pattuglie americane restavano alla periferia e la polizia irachena aveva del tutto abdicato alla propria presenza. Da ieri sera gli agenti sono tornati. Così il governo cerca di riprendere il controllo intero del Paese in vista delle elezioni nazionali, che dovrebbero tenersi entro la fine del gennaio 2005. Negli ultimi tempi da più voci, tra cui quella del segretario generale dell'Onu Kofi Annan, avevano messo in dubbio che quella data possa venire mantenuta.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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