Senza trucco e senza inganno, la lettura di un poema semisconosciuto del Cinquecento, sia pure tradotto in prosa contemporanea, si avvia a essere l'Evento del Festivaletteratura. E non solo di quest'anno. L'iniziativa, che si deve a due studiosi, Giorgio Bernardi Perini e Mario Artioli, ha qualcosa di temerario, se si pensa che si tratta del Baldus, poema in esametri scritto in una lingua d' invenzione, il latino maccheronico (un incrocio comico tra latino aulico e dialetto lombardo). Autore il mantovano don Teofilo Folengo, benedettino pentito e poi pentito di essersi pentito, insofferente delle gerarchie ecclesiastiche, vagabondo tra Veneto e Sicilia, in arte Merlin Cocai. Trenta ore di lettura, che verrà distribuita nei cinque giorni del Festival, nella bella traduzione di Giuseppe Tonna, capace di rendere la musicalità aspra ed espressionistica dell'originale. Una performance (sette ore al colpo) non stop, o quasi, giusto il tempo di aggiornare il tavolo degli interpreti, che sono personaggi già presenti a Mantova per incontri vari e chiamati a raccolta per l' occasione: dal cantautore Gianmaria Testa all'attrice Lella Costa, dall'avvocato Cesare Rimini al giornalista Giampaolo Pansa. Sotto la regia di Gianfranco Bosio e con l'accompagnamento musicale (tra fanfare, sax, tamburi, eccetera) di alcuni studenti del Conservatorio, a cura di Claudio Gallico. Se facciamo un breve calcolo, non c'è equivoco: trenta ore per un pubblico di circa 150 persone che si alterna ad ascoltare, spesso testi alla mano, nella rinascimentale Loggia del Grano sono uno sproposito. Il Baldus è un capolavoro che piacque più a Rabelais che agli italiani, ma non è la Divina Commedia, e Folengo non è Dante. Niente, dunque, che possa far venire a galla reminiscenze scolastiche o sensi di colpa culturali. Nelle scuole si accenna a malapena al grottesco e alla parodia di Folengo, alle avventure fantastiche ed epico-cavalleresche in salsa rusticana di un contadino ex nobile in fuga perenne, circondato da amici furfanti, diavoli, spacciatori di frottole. Vi si accenna e poi si tira dritto. E non serve neppure obiettare che si tratta di successo da campanile, perché molto del pubblico presente sotto la Loggia non è di Mantova. Sono gli effetti strani (e straordinari) di questo Festival.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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