La Cassa depositi e prestiti (Cdp) si prepara a rilevare dall'Enel il 30% di Terna, la società che possiede gli elettrodotti ad altissima tensione. Poi dovrà esaminare l'acquisto del 6% di St Microelectronics, multinazionale high-tech italofrancese. Importanti dal punto di vista economico (l'esborso sarà di quasi 2 miliardi), queste acquisizioni lo sono ancor più dal punto di vista politico. Esse, infatti, confermano la vocazione della Cdp a svolgere un nuovo mestiere, quello di holding pubblica di partecipazioni, accanto a quello tradizionale di prestatrice di denaro a lungo termine agli enti locali. Di questo nuovo mestiere si era avuta la prima prova alla fine del 2003 con l'acquisizione del 10% di Eni ed Enel e del 35% di Poste Italiane che procurò al ministero dell'Economia un incasso di 11 miliardi di euro, pari a quello del collocamento di Telecom Italia, la cosiddetta madre di tutte le privatizzazioni. A questo punto - e i recenti interventi di Giavazzi, Bernabé e Cipolletta sul ‟Corriere” lo confermano - si pone il problema se la nuova Cdp possa aiutare la modernizzazione del Paese o rischi, invece, di far nascere un nuovo Iri. La nuova Cdp è, prima di tutto, uno straordinario giacimento di risorse finanziarie. Grazie a una speciale convenzione, dispone del risparmio postale che, garantito dallo Stato, viene impiegato nei mutui e in un conto di tesoreria presso il ministero dell'Economia, che vi attinge, pagando, per i suoi bisogni. Questo conto è la miniera: 40 miliardi di liquidità in giacenza oggi, che diventeranno 114 nel 2007. I fondi pensione sono una bella cosa, la clonazione della City di Londra a Milano è meglio ancora. Avanti. Ma questi soldi ci sono già e sono tanti. Che ne facciamo? La tentazione di usarli per acquisire partecipazioni è grande anche perché, quando a vendere è il ministero dell'Economia, il ricavato va subito a riduzione del debito pubblico, un'emergenza per questo Paese. Certo, più che di privatizzazioni si tratterebbe di partite di giro, dato che la Cdp appartiene per il 70% allo Stato. E tuttavia l'Unione Europea non può negare all'Italia le concessioni contabili che ha già fatto alla Germania con la liquidazione dei beni della Treuhand (l'Iri tedesca che si prese gli ex kombinat della Ddr) e con la banca pubblica ‟KfW”. Se il giochetto è legittimo e ci serve, perché non farlo? Il problema vero è un altro e consiste nella scelta di quali partecipazioni è bene che la Cdp prenda e, magari, mantenga nel tempo, di quali potrebbe rilevare provvisoriamente, allo scopo di ricollocarle come si deve, e da quali, invece, sarebbe bene stesse alla larga. I soci della Cdp (il ministero e 65 fondazioni bancarie) non si pronunciano pubblicamente su questi punti. Preferiscono la politica del carciofo: ieri l'Enel, oggi Terna, domani StMicroelectronics, dopodomani Snam Rete Gas, e poi, chissà, se cadessero i freni inibitori, l'Alitalia o la Rai. Poiché sono in gioco soldi pubblici, una parola chiara e verificabile non guasterebbe. C'è l'esempio della ‟Caisse des dépôts et consignations”. E non solo. Parliamone. Date le caratteristiche della provvista, la Cdp ha l'obbligo della prudenza. Per le medesime ragioni, sarebbe bene che la Cdp si desse regole di governance capaci di contemperare i diritti delle sue minoranze azionarie, tanto più se, come pensa il ministro Siniscalco, queste debbano salire al 49%, con quelli dell'azionista di controllo. Anche perché lo Stato si trova in conflitto d'interessi: venditore e compratore al tempo stesso con danno potenziale dei soci di minoranza della Cdp. Peraltro, le ragioni che spingono Siniscalco a proporre StMicroelectronics e Terna alla Cdp non sembrano disprezzabili: nel primo caso, è questo il solo modo di consentire a Finmeccanica, venditrice di St, di avere risorse per il suo sviluppo e, al tempo stesso, conservare il peso dell'Italia nel management della multinazionale dei microchips come prevedono gli accordi con lo Stato francese; nel secondo caso, si tratta di assicurare un controllo nazionale sulla rete ad altissima tensione che serve gli operatori elettrici in concorrenza e che, pertanto, non può appartenere a uno di loro. Non dovrebbe preoccupare l'ingresso della Cdp in Terna, ma la permanenza dell'Enel, anche al 5%. E, se una logica esiste, lo stesso discorso dovrebbe farsi per l'altro monopolio naturale, i gasdotti di Snam Rete Gas. Che la Cdp diventi il custode delle reti, indipendente dai nuovi operatori come dagli ex monopolisti, dovrebbe rassicurare chi ha a cuore la concorrenza nei servizi rivolti al pubblico. Eni ed Enel, invece, rientrano nei possibili acquisti all'eventuale scopo di rivendere poi. Siniscalco piazza ora un 20% di Enel. Quando la Borsa sarà pronta, le darà un altro 10%, e si fermerà. A quel punto, il governo dovrà decidere che cosa fare della quota di controllo del 30%, per un terzo già nella cassaforte della Cdp. Nella classe politica italiana non si sono manifestate, finora, forze di rilievo che siano disposte ad assumersi la responsabilità di vendere in Borsa il controllo e poi lasciar fare al mercato, e cioè a chi ha i soldi per comprare. Il ministero dell'Economia teme che, con privatizzazioni alla cieca, l'industria energetica italiana, architrave del sistema, finisca sotto il controllo straniero o sotto quello di investitori italiani finanziati a debito come nei casi, sia pur diversi tra loro, di Telecom e di Autostrade. Per Finmeccanica valgono le stesse considerazioni, non dimenticando che il suo statuto venne modificato per impedire ai privati (c'era una cordata guidata da Cesare Romiti) di acquisirne il controllo nel timore, così si diceva allora al Tesoro, che poi fosse smembrata e rivenduta a pezzi. Trasferire quote di Enel ed Eni alla Cdp, dunque, farebbe bene ai conti pubblici e non peggiorerebbe certo la situazione attuale. Naturalmente, privatizzare sarebbe un'altra cosa. Ma costruire proposte rispettose dei vincoli della politica (legittimi e modificabili), è esattamente la sfida che ha di fronte il capitalismo industriale e, soprattutto, finanziario italiano.
Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti

Massimo Mucchetti (Brescia, 1953) è oggi senatore della Repubblica. Ha lavorato al “Corriere della Sera” dal 2004 al 2013. In precedenza, era stato a “l’Espresso” per diciassette anni. E prima ancora a “Mondo economico”. Gli esordi furono nel quotidiano in cooperativa “Bresciaoggi”, di cui è stato uno degli amministratori. Per Feltrinelli ha pubblicato: Licenziare i padroni? (2003), un’analisi critica di come i principali gruppi privati hanno sprecato la grande occasione degli anni novanta; Il baco del Corriere (2006), storia dell’evoluzione della proprietà del “Corriere della Sera”, dalla fondazione fino allo spionaggio in via Solferino a opera della security di Telecom Italia; Confiteor. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata (con Cesare Geronzi; 2012).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>