"Carlo non era un eroe, la sua è stata una scelta di vita. Quando andava in un villaggio del Vietnam per visitare un malato e vedeva che ero preoccupata, mi diceva: ‘Giuliana, non essere egoista, pensa che là ci sono delle madri che hanno figli, come i nostri. Hanno diritto di essere curati’". Giuliana Chiorrini, la vedova di Carlo Urbani, è una ragazza di quarant´anni con un sorriso aperto. Solare. Ha riflettuto molto prima di accettare l´idea che la storia del marito, "il medico del mondo", come lo ha definito Jenner Meletti nel suo bel libro, diventi un film. "Sì, ci abbiamo pensato, abbiamo preso tempo" racconta "perché Carlo era schivo. Mi sono chiesta se gli sarebbe piaciuto che tanti particolari della sua vita diventassero pubblici. Non si vantava mai. Ma poi parlando con Zingaretti, con il produttore Carlo degli Esposti, ho capito che potevamo fidarci. A differenza di altri, non hanno insisto, non ci hanno messo fretta. Hanno rispettato i nostri tempi, le perplessità. Abbiamo parlato tanto insieme: il film dovrà restituire la verità dei fatti, non trasformare Carlo in un eroe: perché Carlo, lo ripeto, non era un eroe. È una parola che non mi piace". Annuisce Maria Concetta Scaglione, la madre del dottor Urbani, per tutti "la preside", energica signora siciliana che ha dedicato la vita all´insegnamento. "Carlo, così riservato, era una persona allegra che amava la vita. Non vogliamo far piangere nessuno".
Se le case raccontano qualcosa di chi le abita, la villetta dove vive Giuliana Urbani con i tre figli Tommaso, Luca e la piccola Maddalena, ispira un senso di serenità. Stoffe etniche alle pareti, mobili laccati, un angolo di Vietnam nel cuore delle Marche. Nel 2000 si erano trasferiti con Carlo ad Hanoi "una casa che abbiamo amato, Tommaso e Luca andavano alla scuola francese, si erano fatti dei nuovi amici", e lui, il medico del mondo, aveva continuato le sue missioni in Cina, Laos, Cambogia e Filippine. Le foto alle pareti, nelle cornici d´argento, scandiscono le tappe di una famiglia come tante. Ma la famiglia Urbani non è una famiglia come tante: lo dimostrano le testimonianze d´amore che continuano ad arrivare via mail, i premi e gli incontri intitolati a lui, le lettere. "Tengo i contatti con tutti, qui la porta è sempre aperta" racconta Giuliana "arrivano persone da ogni parte del mondo. Sono gli amici di Carlo, medici che hanno condiviso la sua passione civile. Chiunque arrivi in Italia passa a Castelplanio a trovarci. Carlo era un pacifista, s´interessava a quello che accade nel mondo, si emozionava per i colori di un tramonto, faceva foto bellissime, era anche un gran cuoco. Certe volte mi faceva quasi rabbia, riusciva a fare tutto con naturalezza. Se avevano bisogno di lui non si voltava dall´altra parte: diceva sempre che un morto afghano non valeva meno di un morto americano".
La signora Scaglione sorride: "Carlo era un entusiasta, un trascinatore. I suoi amici dicevano che era ‘pericoloso’. Dopo cinque minuti che parlava della mancanza di medicine, che si arrabbiava perché i bambini morivano di diarrea ‟basterebbe una pillola, capite?”, aveva già convinto dieci persone a partire per l´Africa. Era un gran figlio. Ha ‘educato’ anche noi, ha coinvolto i fratelli: le idee nascevano parlando a tavola. È sempre stato così". "Per questo" le fa eco Giuliana "ci siamo convinte che era importante far conoscere il suo esempio, perché l´altruismo è contagioso, vedere una persona che non si arrende ti fa venire voglia di fare. La sua testimonianza è patrimonio di tutti. E in un momento come questo, è bello invitare i giovani a non rinunciare ai propri sogni. Carlo era un cattolico impegnato nel sociale, ha dedicato la vita ai più poveri: la medicina dovrebbe essere un bene di tutti, no? Diceva: ‘Mi faccio solo gli affari degli altri’. È la frase che lo definisce meglio. È morto sereno. Lo ripeteva: ‘Ho fatto dei miei sogni la mia vita e il mio lavoro’. Sono stata felice con lui".
Anche oggi in casa Urbani si segue con ansia la situazione in Iraq: "I terroristi hanno superato ogni limite, gli iracheni sono grati ai volontari per il lavoro che svolgono" dice Giuliana "Se le Ong abbandonano il paese per la popolazione è finita. La presenza sul campo, Carlo insegna, è fondamentale".

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