La siccità ha colpito in modo pesante, ma almeno non tutti i raccolti sono andati distrutti. Stiamo parlando dell'Afghanistan, e il raccolto in questione non è il grano né le lenticchie che fanno la base dell'alimentazione quotidiana, bensì il papavero da oppio. Anche quest'anno l'Afghanistan metterà sul mercato una produzione forse non da record ma considerevole: sull'ordine delle 4.000 tonnellate di oppio grezzo. Non come le 4.581 tonnellate del 1999, ma ci siamo vicini. Sono suppergiù tre quarti della produzione mondiale. Non c'è molto da dire sulle "macro" implicazioni di essere il primo produttore mondiale di una merce illegale: stime delle Nazioni unite dicono che l'insieme della produzione afghana del 2003 valeva 2,3 miliardi di dollari, ovvero la prima voce dell'economia, circa la metà dell'intero prodotto interno lordo. Il business coinvolge trafficanti e "imprenditori" locali e non, alimenta una corruzione gigantesca tra funzionari dello stato (del debolissimo "stato" centrale il cui controllo va poco oltre la capitale Kabul), polizia e autorità locali, fornisce un reddito generoso e senza rischi a comandanti provinciali e "signori della guerra": le Nazioni unite parlano del rischio di un altro "narco-stato". Certo, nel gennaio 2002 il "governo di transizione" di Hamid Karzai ha vietato la coltivazione dell'oppio, ma sembra che nessuna autorità locale tenga davvero a far applicare quel divieto. D'altra parte bisogna fare i conti con la "micro" economia del papavero. Un contadino che coltiva un ettaro a grano guadagna tra dieci e venti volte meno di uno che coltiva lo stesso ettaro a papavero. L'oppio, va ricordato, è la resina che si ricava incidendo la capsula che ingrossa quando il bellissimo fiore del papavero sfiorisce. Un chilo di resina grezza vale circa 280 dollari. L'ufficio delle Nazioni unite per le droghe stima che 1,7 milioni di persone in Afghanistan siano direttamente coinvolti nella coltivazione del papavero - una coltivazione anche su piccola scala, familiare, diffusa in 28 delle 34 province del paese.
‟Irin news”, notiziario online dell'ufficio Onu per gli affari umanitari (Ocha), ha intervistato una coltivatrice di oppio di un distretto vicino a Kandahar, nel sud del paese. Bibi Deendaray, 55 anni, è vedova e con il suo ettaro di terra mantiene una famiglia di venti persone. Alla domanda perché coltivi una cosa illegale risponde l'ovvio: "Qui è un affare normale e io devo mantenere la mia famiglia. Anzi, devo dire che non è illegale ma una benedizione, perché salva la vita dei miei figli, nipoti e due figlie vedove. Per migliaia di donne capofamiglia come me è l'unico mezzo per sopravvivere". La signora Deendaray fa lavorare la sua terra a un uomo, che tiene parte del raccolto, "ma sto io là ogni giorno: so come si fa, conosco questa roba da 11 anni". Controlli? "Proprio oggi una squadra di eradicazione del governo è passata dal nostro villaggio, ma non hanno distrutto il mio campo quando gli ho detto che sono una vedova con una numerosa famiglia". Il papavero, spiega, è parte della vita di tutti: "Devi aver a che fare con l'oppio, che sia per le spese di un matrimonio o di un funerale. A volte devi dare una certa quantità d'oppio o un campo di papaveri come dote per un matrimonio. Più campi hai, più alto il tuo status nella comunità - la gente ti rispetta, ti prestano i soldi che vuoi". Dal suo ettaro, tolta la parte del mezzadro, Bibi Deendaray spera di fare quest'anno circa 6 chili di resina d'oppio, che varranno circa 3.000 dollari, e conta di usarli per far scavare un pozzo e metterci una pompa a diesel, oltre che sfamare la famiglia per l'anno. "Non credo che nessun'altra pianta sia adatta come il papavero. A causa della siccità non si riesce a coltivare a grano o altro, non ho abbastanza terra da sopravviverci. Il papavero invece ha bisogno di poca acqua, e anche un piccolo pezzo di terra come il mio basta a farci vivere".
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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