"Il gruppo Tawhid e Jihad afferma che tutte le notizie secondo le quali avremmo comprato le italiane sono una bugia. E invitiamo i fratelli e le sorelle a non essere frettolosi nel raccogliere informazioni". È chiara ed esplicita la smentita arrivata ieri su un sito islamico da parte del gruppo di Al Zarkawi, che ieri ha invece decapitato ed esibito con un video su Internet un ostaggio americano. Ma l'ipotesi ventilata alla vigilia da parte del viceministro iracheno degli Esteri, Hamid Al Bayati, in un'intervista al Tg2, viene bollata come "falsa". Al Bayati aveva parlato di segnalazioni secondo cui le due Simone sarebbero state trasferite da Bagdad a Falluja. E poi aveva aggiunto: "Secondo informazioni pervenuteci, sono state sequestrate da organizzazioni criminali, che potrebbero averle vendute ad elementi del gruppo di Al Zarkawi". Niente altro. Come niente altro è emerso ieri dai siti islamici che avevano invece rivendicato più volte il rapimento delle due italiane, avvenuto il 7 settembre scorso a Bagdad, lanciando ultimatum ma senza fornire alcuna prova che Simona Pari e Simona Torretta si trovassero davvero nelle loro mani. L'allarme nella comunità italiana intanto è sempre più alto, in Iraq. Ma qualcuno ha deciso di restare, come la nostra Croce Rossa. "Viviamo di fatto da reclusi", dicono gli uomini e le donne della Cri a Bagdad. Non c'è libera uscita per i 24 italiani nel compound di Medical City. L'allarme attentati e rapimenti supera il livello rosso. Una ventina di guardie armate all'ingresso, perquisizioni personali anche per i pazienti più gravi, controllo delle ambulanze in arrivo. "Certo che stiamo attenti. Qualsiasi straniero a Bagdad deve essere sempre in guardia. Basta leggere le cronache degli ultimi giorni per capire che la situazione è tutt'altro che stabile", ci dice Ferruccio Modena, l'attuale capomissione e veterano della Cri in Iraq, dove arrivò la prima volta nel maggio 2003. "Mai stato tanto difficile per noi. Ma continuiamo a lavorare. Oggi abbiamo visitato oltre 150 persone e operato 4 pazienti". Un messaggio di fermezza che viene ribadito dai dirigenti della Cri a Roma. "La missione continua. Il personale italiano non torna a casa", dice il portavoce Fabrizio Centofanti. È la risposta diretta all'allarme lanciato dai servizi segreti italiani negli ultimi giorni. "È possibile un rapimento di qualche dottore o infermiere italiano", avevano fatto sapere. Ancora ieri il Commissario Straordinario della Cri, Maurizio Scelli, ha ripreso i contatti con i suoi uomini nella capitale irachena offrendo la possibilità di rientro immediato. La risposta è stata un no corale. Dunque i 24 italiani (tra cui 2 medici e 7 infermiere) restano. L'attuale contingente arrivò a Bagdad il 28 agosto, verrà avvicendato attorno al 30 settembre. E nel frattempo i rischi sono sempre più alti. Alla fine di luglio un razzo aveva colpito il settimo piano dell'ospedale, uccidendo 2 pazienti iracheni. Un errore? Le stanze degli italiani sono al sesto piano. "Nulla di strano, casualità. A Bagdad ogni notte ci sono morti e feriti per i proiettili sparati a casaccio", minimizzavano. Ma per il personale locale era evidente che le forze di guerriglia e terrorismo stavano alzando il tiro contro gli italiani. "Hanno sparato all'ospedale perché volevano colpire gli italiani", ripetevano spaventati. In quel periodo l'ambasciata italiana ha messo a punto un nuovo sistema di emergenza, che comprende l'evacuazione veloce via elicotteri dal tetto dell'ospedale. E la Croce rossa ha organizzato misure di sicurezza straordinarie. Il rapimento e l'uccisione di Baldoni e poi il caso clamoroso delle due Simone ha fatto precipitare le cose. Nessuno è più immune. E oggi gli italiani della Cri guardano con preoccupazione anche alle sentinelle inviate dal governo Allawi. "Chi dice che non siano agenti dei terroristi?", sussurravano all'ospedale pochi giorni fa. Ma per ora nessuno pensa di ricorrere alle truppe della coalizione.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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