Il caso, o il destino (chiamatelo come volete), ha voluto che il giorno di Pasquetta, mentre scriveva per il ‟Corriere” il ricordo del suo amico scomparso Cesare Garboli, il cuore di Giovanni Raboni cedesse. Il cuore di un grande poeta, tra i maggiori del secolo. Il cuore di un critico tra i maggiori del nostro tempo. Critico letterario, teatrale, di costume, "imbattibile", ha scritto qualcuno. Da quel giorno siamo rimasti con il fiato sospeso a un filo di speranza. Ma purtroppo il destino ha fatto il suo corso e ieri notte il suo cuore ha ceduto per sempre. Non si ricordano casi, come il suo, di intellettuali che abbiano saputo condurre con tale assiduità e originalità interessi tanto diversi su binari paralleli. Forse per trovare una personalità capace di un analogo impegno etico e civile, si dovrebbe risalire, nel secondo Novecento, al solo Pasolini. E pensare che Giovanni, con i suoi 72 anni, prometteva di superare ogni possibile concorrente storico, tante e tali erano le energie che ancora profondeva nel suo molteplice lavoro. Raboni nasce a Milano nel '32, e nella sua città ha risieduto ("sempre più a malincuore") e lavorato per tutta la vita. Si laurea in giurisprudenza. Dalla metà degli anni '60 si dedica a tempo pieno all'editoria e ai giornali: collabora soprattutto con la Garzanti, alla redazione dell'Enciclopedia Europea ma litiga con l'editore, poi passa alla Guanda - dove si occupa soprattutto di poesia. La sua collaborazione ai quotidiani si apre con la critica cinematografica sull'‟Avvenire”, ma litiga anche lì per una censura (aveva parlato bene di un film "blasfemo" come I diavoli di Ken Russell). Ama il cinema, si iscrive con il fratello al primo cineforum milanese del dopoguerra. Scrive a lungo per ‟l'Europeo”: umori, riflessioni, critiche e polemiche. Anche stroncature, molte stroncature, spesso controcorrente. Qualità che gli fa guadagnare la fama di "Re Censore". Simpatizzò con i ‟Quaderni piacentini” di Bellocchio e di Grazia Cherchi e non ne ripudiò mai i numi tutelari Cases e Fortini. Con quest'ultimo soprattutto fu legato da una fredda amicizia e affinità politica prima ancora che poetica. Negli ultimi quindici anni, chiamato da Ugo Stille, è stato commentatore, critico teatrale e letterario del ‟Corriere della Sera”, ma era capace di scrivere in modo sorprendente di molti argomenti anche sociali (l'inquinamento, la violenza comune, la criminalità, la volgarità dilagante, la televisione, i tic della società letteraria, le mode). Lo si chiamava e lui rispondeva con serietà e precisione, qualità in cui non eccellono in genere i collaboratori dei giornali anche illustri. Giovanni non sgarrava, non era nel suo carattere. Parlava spesso della sua Inter, negli ultimi tempi più con ironia che con dolore. Raccontava di essere andato a San Siro, per anni, con il suo amico Vittorio Sereni. Con Sereni condivideva anche il carattere lombardo nel senso etico dell'aggettivo: la lombardità della tradizione (da Bonvesin a Manzoni, da Porta a Tessa, a Gadda) faceva parte del suo modo di essere e di scrivere sin dalle prime raccolte poetiche, come le due plaquettes: Il catalogo è questo (1961) e L'insalubrità dell'aria (1963). Farne però un poeta della linea lombarda, sia pure uno dei capostipiti, sarebbe riduttivo tali e tanti sono gli intrecci, gli echi e i rimandi della sua produzione; anche se non va sottovalutata la metafora di "bottega", utilizzata per indicare le affinità ideali e l'aria di famiglia che c'è tra lui e altri poeti più o meno coetanei come lo stesso Sereni, Fortini, Giudici, Erba e Cattafi. Raboni è poeta coltissimo, capace di molti innesti e di mettere a frutto, nella tessitura poetica, la sua memoria straordinaria di lettore onnivoro, di critico, di traduttore (traduttore notevole per una vita intera, di Baudelaire, Proust, Apollinaire). Qualcuno, non a torto, ha parlato della sua poesia come di un campo magnetico in cui si attraggono elementi compositi e spesso opposti. Maestro dell'understatement morale e stilistico, Raboni anche quando parla di temi pressanti dell'attualità è un poeta dalla voce pacata: vita e morte, eternità e quotidianità, oggettività e scarto metafisico o onirico convivono nei suoi versi senza stridore. Che parli della sua città in declino, di un amico scomparso, di un fatto di cronaca che ricorda Piazza Fontana, oppure di ombre che "ci tirano" verso il mondo dei morti, il suo tono è sempre teso e al tempo stesso sobrio, quasi emergesse da una "vita vissuta come automatismo sonnambulo" (sono parole di Mengaldo). Affiora, specie dalle prime raccolte (Le case della Vetra, 1966 e Cadenza d'inganno, 1975), un paesaggio metropolitano spaesato e fantasmatico restituito dallo sguardo di un soggetto sdoppiato, fragile ma pietoso. La pietas è uno dei dati significativi di un poeta che non ha mai esibito, né nascosto, il suo sentimento cristiano, sia pure rivissuto da sinistra (vicino, negli ultimi tempi, a Rifondazione): ed è testimoniato con particolare evidenza nei componimenti che narrano la morte del padre (resta memorabile quel piccolo capolavoro dedicato al genitore che è La guerra) e della madre (Adesso che non vuole / più niente, forse son proprio queste cose / che vuole di meno: la fragranza / dell'erba, la povertà della croce / il nome schiarito della pioggia). E nel pensiero, sempre più dominante, della propria morte che sentiva solidale, specie dopo la scomparsa del fratello: "si farà una gran fatica, qualcuno/ direbbe che si muore - ma a quel punto / ogni cosa che poteva succedere / sarà successa e noi / davanti agli occhi non avremo / che la calma distesa del passato / da ripassare senza fretta / fermando ogni tanto l'immagine" (da Barlumi di storia, 2002). Andando avanti negli anni è cresciuta la compassione di sé e del mondo, in una poesia-prosa colloquiale che si inarca qualche volta (per esempio in Versi guerrieri e amorosi del '90, in Ogni terzo pensiero del 1993 e in Quare tristis del '98) dentro forme metriche classiche come l'endecasillabo e il sonetto (negli ultimi anni Raboni prese partito tra i "petrarchisti" nella generale temperie "dantesca": in ciò opponendosi alla generazione ermetica che pure amava soprattutto nelle personalità di Betocchi e Luzi). Ma è una gabbia formale che miracolosamente non si percepisce. Elusività e provvisorietà consapevole, immersione nel presente come impegno e spesso come denuncia. Il Raboni critico è in qualche modo affine al poeta non solo per l'eleganza essenziale ma anche per quell'understatement che è prima di tutto un abito mentale e morale: anche quando si apprestava alla stroncatura (memorabili, tra le altre, quelle su Eco, su Benni e sulla Tamaro), il suo argomentare era sempre pieno di cautele e di distinguo pur non essendo certo insicuro. La sua non è critica en artiste, è critica e basta. Tant'è vero che Raboni ha sovvertito, con i suoi saggi e articoli, molti dei valori novecenteschi: la sua revisione tocca poeti come Montale, Rebora, Solmi, Bertolucci, Risi, Giudici, Fortini, Sereni, Caproni, Zanzotto (tra i suoi amici più cari) con definizioni limpide e lapidarie. E si estende anche alla prosa, in cui ha passioni irrevocabili: in Italia Gadda, Testori e Volponi su tutti; per il resto, basterà fare il nome di Céline. A proposito del critico, è stato ammirato il creatore di metafore: parla del "latte non scremato del desiderio", del "profeta assetato", del "monolinguismo avvelenato" e forse in questo rivela, da critico, il suo essere poeta. Raramente si trovano nel nostro passato intellettuali che hanno avuto la sua capacità di esercitarsi su fronti diversi con tanta competenza e profondità: si pensi anche alla passione per il teatro (in cui è anche scrittore). La sua severità, sin dall'aspetto in apparenza austero, è stata temuta da centinaia di uomini e donne di spettacolo. Perché Raboni non faceva sconti a nessuno, avendo una sua precisa idea delle cose, della recitazione e della regia. Poteva sembrare severo solo a chi non lo conosceva. Per gli altri era semplicemente equilibrato. Ora che non vedremo più la sua affettuosa e altera chioma bianca, che contrastava con il nero prediletto dalla sua consorte Patrizia Valduga, avanzare lungo i corridoi di via Solferino, ci viene da pensare ai versi che Giovanni dedicò a suo padre: "Adesso, dopo tanto / che lui è entrato nel niente e gli divento / giorno dopo giorno fratello, fra non molto / fratello più grande, più sapiente...". Improbabile che diventeremo più sapienti di lui, anche nel niente in cui è entrato resterà per noi un fratello, giorno dopo giorno sempre più fratello. Sicuramente un fratello più grande di tutti.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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