"Ma sono poliziotti iracheni o contractors occidentali?". È la domanda ormai di norma per qualsiasi straniero che cerca una scorta o protezione in Iraq. Le ragioni sono evidenti. È vero che un agente iracheno costa non più di 400 dollari al mese e un occidentale anche sino a 800 al giorno. Ma è anche vero che gli iracheni sono spesso inaffidabili, poco addestrati, pronti a fuggire al primo segno di pericolo. "Di questi tempi non sai mai se chi hai assunto per farti da body guard non ti vende ai terroristi o ai guerriglieri alla prima occasione", racconta un operatore della sicurezza italiano da oltre un anno impiegato da ditte straniere che operano nel Paese. Un senso di pericolosa inefficienza che si centuplica per i corpi della nuova polizia e Guardia Nazionale destinati a costituire il nerbo del futuro sistema di sicurezza iracheno. Ormai lo ammettono gli stessi funzionari americani a Bagdad. "Stiamo cercando di uscire dal tunnel. Ma gli errori commessi durante le prime fasi dell'occupazione ci stanno ancora pesantemente condizionando", hanno dichiarato i diplomatici dell'ambasciata all'inviato del ‟Washington Post”. Quali errori? Il principale fu l'aver disatteso le speranze di migliaia tra poliziotti, militari, funzionari pubblici e persino esponenti del vecchio partito Baath, che nei giorni subito dopo l'arrivo delle truppe Usa a Bagdad si offrirono volontari per bloccare l'ondata di rapine, sequestri e saccheggi. Qui lo definiscono "il tradimento dello spirito di Al-Wiyah", dal nome del club esclusivo nel cuore della capitale dove il 14, 15 e 16 aprile 2003 si riunirono oltre 5.000 persone per chiedere agli americani di essere assunti subito, "anche senza stipendio", per riportare la calma nel Paese. Da allora gli errori sono stati anche più gravi. In nome della politica della de-baatificazione per molto tempo si è cercato di costituire dal nulla la struttura dello Stato. Salvo in aprile decidere di ricorrere in modo massiccio ai vecchi militari e poliziotti di Saddam Hussein. E scoprire due mesi dopo che era troppo tardi. Lo riprovano, se fosse necessario, gli scontri armati delle ultime ore. Nella città sunnita di Falluja sono solo gli americani a ingaggiare battaglia contro le forze della guerriglia e a cercare di distruggere i covi degli estremisti islamici legati a Abu Musab Al Zarqawi. Ieri almeno 8 morti e una trentina di feriti iracheni causati dai colpi di artiglieria e i raid dell'aviazione. La tensione resta alta anche a Ramadi, un'ottantina di chilometri a ovest di Falluja, dove due giorni fa la tv del Dubai ‟Al Arabiya” aveva indicato la cattura da parte delle forze speciali Usa di due presunti rapitori di Simona Pari e Simona Torretta. Notizia poi sminuita dall'emittente e smentita dai comandi Usa. Ma nel mirino di guerriglia e terrorismo restano soprattutto gli agenti iracheni. Ieri 6 uomini della Guardia Nazionale sono stati uccisi a colpi di mitra mentre viaggiavano su di un gippone scoperto a Bagdad. Si aggiungono a una lunga lista. Circa 1.200 hanno perduto la vita dal luglio 2003 ad oggi. Spesso sono state morti inutili, vite sprecate, bastava poco per salvarle. "Il problema è che mancano di buon addestramento. Ultimamente il loro equipaggiamento è migliorato. Dispongono di pistole personali, le austriache Glock calibro 9, leggere, efficienti. E ottimi giubbotti antiproiettile. Ma non sono motivati. Scappano al primo pericolo, oppure sparano a casaccio", dice un ufficiale dei Marines di guardia all'hotel Palestine di Bagdad. Infine c'è la corruzione: immanente, dilagante, crescente. Pochi giorni fa a un posto di blocco presso l'aeroporto internazionale della capitale gli agenti si facevano pagare il pizzo per non far perdere tempo nelle perquisizioni alle auto. Ormai ogni agente è percepito come un possibile basista della guerriglia. Che lo faccia per paura perché minacciato o per convinzione poco importa. Sono centinaia le segnalazioni di attacchi, rapimenti e attentati compiuti da uomini armati vestiti da poliziotti. Il rimedio? Gli americani stanno cercando di dedicare maggiore attenzione all'addestramento. Lo scorso novembre il Congresso Usa aveva stanziato 18,4 miliardi di dollari per la ricostruzione dell'Iraq. Di questi quasi 10 dovevano essere destinati a opere pubbliche tipo il ripristino del sistema elettrico, della rete idrica e investimenti nell'organizzazione sanitaria. Altri 3,2 andavano invece per l'addestramento e l'equipaggiamento delle forze di sicurezza. Dopo il suo arrivo a Bagdad in luglio, l'ambasciatore John Negroponte ha invece scelto di togliere 2,3 miliardi di dollari destinati alla ricostruzione civile e indirizzarli alle spese di carattere militare. Ne è nato tra gli altri il cosiddetto "Programma Cmatt", che comprende nuovi corsi di aggiornamento per gli agenti nella "Cuervo", la grande caserma a sud di Bagdad che sino all'anno scorso ospitava l'accademia militare di Saddam Hussein.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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