Viviamo in un tempo di immense complicazioni. La guerra che non doveva cominciare non può finire. L’economia, che andava bene nel mondo (l’immenso successo di Clinton) ed era promettente in Italia, è caduta in un buco nero. Siamo costretti ogni giorno a spiare flebili luci alla fine di un tunnel non si sa quanto lungo. La politica è un groviglio, una matassa di nodi che si moltiplicano. In America un candidato eroe di guerra che si batte per la pace è indicato come un traditore, un presidente imboscato nel Vietnam e sconfitto da se stesso in Iraq, si presenta come un condottiero e proclama "stiamo vincendo".
In Italia il candidato solido, credibile, competente, stimato nel mondo, Romano Prodi, viene tenuto alla porta dai suoi sostenitori e alleati, lo schieramento dell’Ulivo, con una lista di richieste che nessuno, nell’Ulivo e fuori, capisce. Prodi ha detto una frase che è una chiara descrizione del momento: "La gente è stanca". Quando la gente è stanca, sia perché la politica è troppo complicata sia perché le proposte di soluzione si accumulano in disordine e diventano incomprensibili, tende a delegare. Dice: io non capisco più. Pensateci voi. Oppure tace, va via, si astiene. Ecco alcuni scenari del nostro tempo.
Immaginate di essere americani. Non sapete tutto di quel che succede in Iraq, perché la Casa Bianca nasconde persino i cadaveri (vietato filmare l’arrivo delle salme). Però si rende conto della confusione, dell’intrico tremendo e mortale di fatti e di errori, di accadimenti fatali e di irrisolvibili contraddizioni. Siete americani e riflettete: tutto ciò è troppo grande, troppo complicato e anche troppo sgradevole per me. Sono un buon cittadino, amo il mio Paese, temo il terrorismo, non sono incline ad arrendermi, ma devo occuparmi della mia vita. Voglio che il mio Paese viva, ma voglio vivere anch’io.
Delego il potere democratico che, come cittadino, possiedo, al leader che mi dà la garanzia, o almeno la promessa, di affrontare con buonsenso ed equilibrio tutto il carico di cose tremende che stanno accadendo. Chi sarà, dei due? Credo che molti americani risponderanno: sarà chi sta già governando, perché conosce a fondo tutto quel che succede, anzi lo ha provocato lui. Se lo sfidante non ha niente di nuovo da dirmi e non mi indica un’altra strada, perché non dovrei rinnovare la delega a Bush? Non sono felice ma lo conosco. Da solo non ce la faccio a impegnarmi più di così nel dibattito. Siete voi gli specialisti della politica. Se avete da dire qualcosa in più, ditelo.
Immaginiamo, da italiani, di essere già arrivati al nostro momento del confronto, il momento in cui, nel nostro Paese, dovremo scegliere fra chi governa - Silvio Berlusconi e la sua destra - e chi si candida per governare, la coalizione dell’Ulivo. La situazione che attraversa il Paese è complicata, controversa, angosciosa, illeggibile come quella americana. In più siamo parte di una guerra mai dichiarata e anzi chiamata ‟pace”: in tanti ci dicono che siamo addirittura coinvolti in uno scontro di civiltà, il Cristianesimo contro il resto del mondo. E tutto ciò dobbiamo affrontarlo nel mezzo di una pessima stagione dell’economia.
I lettori di questo giornale sanno già ciò che pensiamo del governo Berlusconi. Pensiamo che sia pessimo, e non ci siamo stancati di ripeterne le ragioni. Però siamo consapevoli che per molti cittadini questa, per grave che sia, non è una ragione sufficiente per non rieleggere l’uomo che in questi anni ha governato (male) il Paese. Non lo è perché Berlusconi ha un forte scudo mediatico che in parte nasconde i suoi danni e in parte ritocca la sua immagine.
Per capirlo basta un piccolo esempio: nessun capo di governo democratico ha mai potuto o potrebbe dichiarare ‟segreto di Stato” le modifiche apportate dai suoi architetti a una villa di sua proprietà. In nessun Paese sarebbe possibile non dichiarare il costo di quel segreto, e - se lo ha pagato lo Stato - che cosa ne sarà il giorno in cui Berlusconi lascerà il governo.
Ecco, il problema è tutto qui. Quanto è lontano quel giorno? Berlusconi governa male ma governa. Per questa sola ragione un sacco di gente sta pensando che tocchi a lui farsi carico dei problemi enormi in cui siamo caduti. Li risolva lui, che ne è responsabile. In altre parole, lo scudo mediatico non solo attenua o cancella gli aspetti più offensivi o spiacevoli della sua immagine, ma tende a stabilire una suggestione di continuità. E poiché i problemi sono troppo grandi e i cittadini non ce la fanno a reggerli, prevale il bisogno di delegare. Se Berlusconi è lì, a fare tutte quelle cose con i grandi del mondo e a darsi del tu (in inglese) con George Bush, che se la veda lui.
Naturalmente il meccanismo della delega potrebbe invece avvantaggiare l’opposizione. Avviene se appare una scelta radicalmente diversa, ma non può avvenire a spese dell’elettore. In altre parole non è l’elettore che va da colui che vorrebbe essere delegato a gestire il potere. L’elettore aspetta una buona ragione per spostarsi. Fa luce, su questo, una celebre frase di Hubert Humphrey, vicepresidente di Lindon Johnson nel 1968: "Se aspetti che qualcuno venga a chiederti di governare aspetterai un pezzo. Tocca a te farti avanti e presentare le tue carte". Humphrey dà per scontato un certo effetto di inerzia: chi sta governando tende a rimanere. Per smuoverlo occorrono ‟fondati motivi”. Questi fondati motivi non sono mai automatici. Se chi governa è così indegno di continuare, io, elettore, mi sposto solo se sono attratto da una nuova proposta. Altrimenti uso il più tremendo strumento di punizione che la democrazia mette a disposizione degli elettori: mi astengo. In altre parole, il diffuso giudizio negativo su un governo - che nel caso italiano sta diventando una nuvola nera - non si trasforma in una migrazione spontanea. La migrazione è una risposta. La risposta richiede una offerta nettamente alternativa, diversa, opposta. L’Italia, sia pure attraverso elezioni legittime, è caduta preda del peggior governo nella storia della Repubblica. Questo governo, forte di uno spaventoso conflitto di interessi, del totale controllo dei media e di una maggioranza parlamentare totalmente subordinata e dipendente dall’esecutivo, ha attaccato la legalità, tentato di scardinare il potere giudiziario, distrutto il prestigio e la credibilità del Paese, lo ha coinvolto in una guerra rovinosa e perduta che contrasta con i principi costituzionali, ne ha seriamente danneggiato l’economia e si appresta a una vasta serie di ‟riforme costituzionali” destinate a spezzare l’Italia e a renderla ingovernabile. Si tratta dunque di una serie di circostanze gravi che chiamano ad una opposizione ferma e rigorosamente alternativa sia a fatti avvenuti, che a progetti in corso pericolosi e devastanti.
Occorreva un leader per collegare un vasto arco di opposizione. Romano Prodi - che aveva guidato con onore e prestigio due anni di governo dell’Ulivo (1996-1998) e aveva interrotto il suo periodo non per difetto del suo governo, ma per accidente o incidente della sua maggioranza - adesso si presenta all’orizzonte di un’Italia di macerie costituzionali ed economiche, di lobby d’affari e di illegalità diffusa, ed è pronto a guidare la nuova opposizione fino a farla diventare maggioranza. Di più: dopo avere presieduto con successo e prestigio la Commissione Europea gli è stato chiesto di tornare, di mettersi alla testa di una nuova maggioranza, di un nuovo governo. Mentre tornava è stato fermato sulla porta. Nessuno di noi, cittadini o addetti ai lavori, è in grado di sapere o spiegare, chi, perché, con quali obiezioni, ha deciso di fermare Prodi. Però è successo. E il contraccolpo si è sentito in tutto il Paese. Chi è al governo si sente più sicuro e perde molti meno punti di quelli che dovrebbe perdere dato il modo clamorosamente inetto di governare. Chi è all’opposizione sente uno sbando. Si erano appena vinte le elezioni amministrative, erano andate bene le elezioni europee. All’improvviso il clima si è incupito, il rapporto si è fatto sgradevole e nessuno che sappia dirci perché. Prodi ha posto con fermezza le sue ragioni. Diciamo pure: ha denunciato l’inspiegabile stop.
Subito abbiamo avuto precisazioni, chiarimenti, rassicuranti dichiarazioni congiunte. Su questo giornale, sabato, il segretario Ds Fassino ha detto alcune cose chiare e di grande importanza. Del resto i Ds (e il resto della sinistra) non hanno mai cambiato umore e parola sulla guida dell’Ulivo.
Ma il disorientamento resta grande. Ciò si deve al fatto che i segnali che arrivano a valle, ai cittadini, sono dichiarazioni, comunicati, spesso in linguaggio politico, che devono far fronte allo squasso, amplificato dai media, di un evento traumatico come l’alt a Prodi. Il trauma è tanto più grande se non possiedi Radio e Televisioni e hai solo la libertà di rispondere al rito processuale di Porta a Porta che provvede ad avvolgere tutto nell’universo della pax berlusconiana. Rafforza, cioè, ad ogni puntata, la persuasione che non c’è alcuna emergenza, non c’è alcun grave problema. Tanto è vero che sono tutti lì seduti, in buona armonia, come se non si trattasse di salvare il Paese dalla guerra (le sue spaventose e ancora imprevedibili conseguenze) e dalla riforma costituzionale che deformerà e sfregerà irreversibilmente il volto del nostro Paese.
Trasmissioni come queste di cui stiamo parlando suggeriscono ai cittadini esausti, che non ne possono più: perché non confermare chi è già al governo e che - tramite Bruno Vespa - concede la parola persino ai comunisti e ai pacifisti, anche se uno che governa non ha certo tempo di partecipare a un dibattito con i suoi oppositori?
Se è vero che il momento è grave - e ce lo ricordano il sangue in Iraq, la bancarotta in Italia, il rischio imminente di spezzare malamente il Paese - gravi, e bene udibili da tutti dovranno essere le risposte della opposizione, senza perdere un solo istante a fare progetti ‟insieme”. Perché ‟fare insieme” qualunque cosa (leggi o convegni) rafforza chi governa. Se tutti sono altrettanto bravi e altrettanto professionisti, perché cambiare? E poi loro hanno un capo riconosciuto. Noi?
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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