La Corte di Cassazione, con una sentenza resa nota ieri, molla un sonoro ceffone alla "riforma" della legge sulle droghe pervicacemente sostenuta dal vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini e dal suo partito. Senza possibilità di equivoci, infatti, la Cassazione ha stabilito che "il mero stato di tossicodipendenza non può considerarsi una colpa grave" e non può in se stesso giustificare la privazione della libertà personale. I primi (lividi) commenti provenienti da Alleanza nazionale si sforzano di sottolineare che la sentenza non contraddice lo spirito del disegno di legge Fini, già approvato dal consiglio dei ministri e ora all'esame del Senato. In realtà è vero il contrario, perché secondo la logica della Cassazione il confine tra uso personale e spaccio di sostanze proibite va accertato nei fatti, anziché (come prevede la legge Fini) in base a un criterio meccanico determinato dalla quantità di sostanza detenuta. Il caso su cui i giudici si sono pronunciati è illuminante. Riguarda infatti il ricorso di un tossicodipendente di Nocera inferiore (Salerno) che fu arrestato nel dicembre 2001 perché trovato in possesso di tre bustine di eroina mentre camminava in una zona "che era ritrovo abituale di spacciatori e drogati". Rimase in prigione per oltre cinque mesi, prima di essere assolto dall'accusa di spaccio perché l'eroina che aveva in tasca era per uso personale. A questo punto chiese un risarcimento per l'ingiusta detenzione, ma la Corte d'appello di Salerno glielo negò, sostenendo che la sua condizione di tossicodipendente e il contesto ambientale in cui l'arresto era avvenuto giustificavano la carcerazione. Esattamente questo principio è stato negato in Cassazione, anche se la Corte ha comunque negato il risarcimento in base al discutibile argomento che il possesso di diverse bustine di eroina in una zona di spaccio poteva "aver tratto in inganno" il pubblico ministero che dispose l'arresto. Ha comunque puntualizzato, come si diceva, che l'attività di spaccio va dimostrata con dati di fatto e che viceversa il semplice consumo non può essere punito con la galera. Se la legge Fini fosse già stata in vigore, al protagonista di questa vicenda giudiziaria la prigione non l'avrebbe levata nessuno, perché tre bustine di eroina sono una quantità che inserirebbe automaticamente, senza bisogno di dimostrazione alcuna, nella categoria degli spacciatori. L'unica alternativa al carcere, nel caso in questione, sarebbe stato un trattamento terapeutico coatto, che equivale certamente a una privazione della libertà personale. Con l'aggravante che, secondo Fini e i suoi fans, l'uso di qualunque sostanza proibita, inclusa la cannabis, merita la cura obbligatoria.
Secondo il presidente di Forum droghe Franco Corleone "è un'ottima sentenza quella della Cassazione, perché ribadisce il fatto che per uso personale non ci può essere carcerazione". Si tratta anche, aggiunge Corleone, di un monito "a quei magistrati che violano la legge, attribuendo l'onere della prova di spaccio al consumatore. È questa la ragione per cui sono oltre 18mila i tossicodipendenti nelle carceri italiane, criminalizzati anche per il solo consumo di cannabis". Perciò la Cassazione ha preso una decisione importante proprio "nel momento in cui la proposta di legge Fini prevede la penalizzazione con condanne da 6 a 20 anni anche per i possessori di pochi milligrammi di cannabis, giudicandoli spacciatori". Domani, al Senato, le forze di opposizione presenteranno una proposta di legge sulle droghe alternativa a quella di Fini.
Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli, nato a Milano nel 1963, giornalista, partecipa da vent’anni alle iniziative del movimento omosessuale, come militante, scrivendo, discutendo e anche litigando. Ha lavorato a “il manifesto” dal 1986 al 1996. Per Feltrinelli ha pubblicato Il movimento gay in Italia (1999) e ha curato, con Paola Mieli, Elementi di critica omosessuale (2002) di Mario Mieli.

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