Con un gesto bene organizzato e ben condotto di umanità e intelligence, l’Italia ha accennato al suo talento, alla sua vocazione repressa: essere una grande potenza di pace.
Il fatto curioso è che i cittadini italiani lo sanno. Su questo punto sono davvero uniti, davvero trasversali, davvero il simbolo di quel ‟fare insieme” che il Presidente Ciampi - buon interprete del Paese - molte volte invoca. Così come sulla liberazione delle due Simone non c’è una grande distanza fra Gianni Letta e Bertinotti (e in mezzo tutto l’universo politico italiano) allo stesso modo non se ne vede nessuna fra le famiglie di Quattrocchi, Agliana, Cupertino e Stefio, e quelle di Baldoni, Pari e Torretta. Il dolore per coloro che sono stati uccisi è immensamente diverso dalla felicità e dal calore dei ritorni, ma sono tutti alla stessa distanza dalla guerra. Non la vogliono. Non si trova alcun sondaggio in Italia che dia la preferenza alla guerra. Si constata invece un gigantesco applauso, una approvazione vasta e clamorosa per coloro che scelgono il negoziato, la trattativa, il dialogo, la pazienza, il rispetto. Per coloro che si uniscono agli islamici di buona volontà disposti a partecipare e manifestare e trattare. E supplicano gli americani (come stanno facendo adesso i francesi) di non fare il blitz, di non bombardare, perché in quel modo non si salva nessuno.
Invece - per la seconda volta - l’Italia i suoi ostaggi li ha salvati, se necessario pagando, se necessario accettando la messa in scena della finta irruzione militare mentre la porta era aperta e i guardiani discretamente assenti (i primi ostaggi) se necessario pregando in Moschea, dando segnali di pace, operando con cautela benevola e utilizzando tutti i legami con tutti coloro che potevano aiutare, pur di raggiungere le due Simone.
Onore e gratitudine per il governo di pace che le ha liberate con procedure di pace. Quale governo di pace?, direte voi. Questo è un governo rigorosamente subordinato al progetto di guerra senza fine del Presidente Bush che ha provocato un disastro immane usando lo strumento sbagliato (eppure c’era stato in Italia, in Europa chi lo aveva avvisato che si poteva rimuovere Saddam senza distruggere tutto e votarsi alla guerra infinita). Questo è il governo sostenuto da personaggi incattiviti che vogliono che sia giunto il giorno del Giudizio, esigono che questa sia una valle di distruzione e di lacrime, esigono il sangue come purificazione dagli infedeli pericolosi che per giunta si infiltrano con l’immigrazione e ci mettono in pericolo con il germe del multiculturalismo. Sono gli sbandieratori della guerra come prova di civiltà, della cristianità purificata che finalmente si ribella allo zoccolo del diavolo islamico, sono gli spregiatori di donne (”quelle signore” dice Gustavo Selva, quelle sventate da prendere a schiaffi, dice Vittorio Feltri), sono i nuovi nazionalisti dell’Occidente puro e superiore.
Eppure lo sdoppiamento c’è stato. Forse per un contagio con l'opposizione che sedeva allo stesso tavolo, il governo italiano, i suoi ministri, emissari e servizi, si sono messi su un sentiero di pace. Occorreva rendere conto a un Paese che stava col cuore in gola e che non ha mai pensato, mai fatto intravedere alcun pensiero, desiderio o sogno di vendicarsi con un gran botto di guerra. La guerra che continuano a chiedere ‟Libero” e ‟Il Foglio”, e il titolo del ‟Giornale” di ieri, giorno della festa delle due Simone che scrive "E adesso liberiamoci dei pacifisti".
Eppure nei giorni dello stare insieme anche l’opposizione ha imparato qualcosa. Ha imparato che questo governo è capace di sventare con bravura un attentato gravissimo all'Ambasciata italiana di Beirut, non con l’espediente di bombardare la capitale del Libano, ma individuando e arrestando a uno a uno coloro che preparavano l’attentato, con l’espediente della intelligenza, di abili e tempestive indagini, di conoscenza paziente e approfondita del chi, del come, del quando. Dunque c’è un modo di combattere il terrorismo e di vincerlo che non sia l’inutile pugno di ferro della guerra.
Forse c’è davvero uno scontro di civiltà. Divide coloro che credono esclusivamente nelle bombe e autobombe, carri armati e teste tagliate da un lato. E coloro che hanno capito che guerra e terrorismo si nutrono di sangue a vicenda e sanno che, per combattere il terrorismo, ci vuole un mare di buon senso, di intelligenza e una grande capacità di capire e rispettare per essere capiti e rispettati. Ecco dove si può creare una unità di impegno e di azione, come è stato scritto ieri nell’editoriale di questo giornale. Nell’impegno di ritirare i nostri soldati.
Fuori dalla guerra noi saremo una grande potenza di pace che può essere di grande aiuto agli americani che cercano una via d’uscita. E a quella vasta maggioranza di iracheni che patiscono il terrorismo e non vogliono l’occupazione. Invece di lasciarli soli, se usciamo dalla guerra, potremmo partecipare al grande impegno umanitario di ritornare dalla morte alla vita.
Fuori dalla guerra l’Italia farà sentire il suo peso e si ritroverà tutta (quasi tutta) unita. Come chiede Ciampi.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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