Il momento più brutto?
La cattura. Pensavo all'esecuzione immediata.

Quello più bello?
L'ultimo giorno, quando abbiamo rivisto i nostri collaboratori iracheni Manhaz e Raad.
Simona Torretta racconta. Finalmente ci dice come è andata. Diario di 21 giorni nelle mani dei rapitori. "Alle 5 del pomeriggio il 7 settembre hanno fatto irruzione in ufficio. Li ho visti arrivare alla porta. Ho capito subito che erano venuti per noi. Non erano poliziotti, puntavano le armi e i mitra ad altezza uomo. Sono corsa da Simona per dirle di nascondersi. Ma non c'è stato tempo".

Il viaggio in auto?
Siamo sempre rimaste assieme. Abbiamo viaggiato per una mezz'ora piegate sui sedili, la fronte sulle ginocchia. Ci hanno ordinato di stare zitte fino all'abitazione, penso alla periferia di Bagdad. Qui ci hanno legato i polsi dietro la schiena. Ci hanno bendato bocca e occhi, ricordo una garza bianca coperta da nastro adesivo rosso. Poi siamo state gettate nel portabagagli di un gippone. È iniziato un viaggio interminabile, oltre 5 ore. Avevamo caldo, soffrivamo la sete. All'arrivo non riuscivamo neppure a camminare. Ci hanno dato da bere e un frutto. Poi è iniziato l'interrogatorio che è durato almeno fino a mezzanotte.

Vi hanno interrogate? Allora non erano criminali comuni?
No, era un gruppo religioso legato al movimento della resistenza, insomma uomini contro l'occupazione voluta dagli Usa. Mai visto donne. I nostri carcerieri erano tre o quattro. Quelle prime ore sono state durissime. Io non sapevo che Simona era vicino a me, non la vedevo. Pensavo di essere sola. Volevano sapere tutto dei progetti di "Un Ponte per ...", mi chiedevano delle attività nelle scuole, i nostri contatti, il lavoro per i malati. Erano in tre a interrogarmi, gente ben organizzata, intelligente, con un traduttore dall'arabo all'inglese. Esigevano risposte brevi, concise. Se non dici la verità ti uccido, mi ha urlato uno di loro sfiorandomi la gola con il coltello. Non mi pare chiedessero informazioni su altre persone, per catturarle. Volevano sapere di noi. Cosa pensavo dell'Islam. E quali rapporti avevo con le comunità musulmane in Iraq e in Italia.

Quanto è durata la fase critica?
I primi quattro giorni sono stati difficili. Ci dicevano: noi siamo contro l'occupazione. L'Italia partecipa alla forza militare guidata dagli americani, dunque voi siete nemiche.

Che cosa rispondevi?
Che noi eravamo contro la politica del governo Berlusconi. Eravamo state contro la guerra. Io l'avevo vissuta in Iraq al momento dell'invasione proprio per stare assieme alla gente. Eravamo e siamo contrarie alla presenza di truppe straniere in Iraq. Ma loro erano brutali. Se cercavo di parlare a Simona mi gridavano nelle orecchie don't talk!!! (non parlare). Io insistevo che nessun nostro progetto è finanziato dal governo italiano o da quello Usa. È un punto molto importante.

Come eravate vestite?
All'arrivo ci hanno dato le tuniche che avevamo quando siamo atterrate a Ciampino. Non abbiamo fatto a tempo a toglierle il giorno della liberazione. Ogni tanto le lavavamo con acqua e sapone nel bagno vicino alla cella. Di sera, così la notte asciugavano.

Com'era la stanza dove siete state per 21 giorni?
Piccola: una finestra minuscola e quasi nessun mobile. Dormivamo su due materassini stesi sul pavimento.

Avete mai pensato di fuggire?
Sarebbe stata follia. L'unica strategia per sopravvivere era ubbidire, sempre e comunque. Dovevamo stare calme. Ai rapitori parlavamo solo se interrogate. L'ho già detto: ho capito subito che magari ci avrebbero uccise. Pensavo potesse accadere in ogni momento. Era chiaro che non ci avrebbero violentate. Se dovevano costringerci a seguirli ci tiravano per le maniche della giacca. Uno mi sfiorò involontariamente i piedi e gli altri lo redarguirono.

Riconoscevi i carcerieri?
Solo dai piedi nei sandali. Tutte le volte che entravano nella stanza dovevamo coprirci gli occhi, io intravedevo solo ciò che avveniva a livello del pavimento. Ricordo i piedi di un carceriere comprensivo: erano grassi.

Quando siete state meglio?
Il quinto giorno ci fecero capire che avevano verificato le nostre dichiarazioni. Erano corrette. Forse era anche servita la campagna di informazione su di noi lanciata in Italia e, soprattutto, nel mondo arabo. Hanno capito che noi volevamo davvero il bene dell'Iraq e della sua gente. E allora ci hanno portato biancheria pulita, dentifricio e spazzolino. Ma il silenzio nella nostra stanza era terrificante. Non sentivamo alcun tipo di traffico e neppure i raid americani. Penso che fossimo chiuse in una villa in aperta campagna.

Che cosa facevate tutto il giorno?
Nulla. Dormivamo molto, eravamo stressate. Ci portavano cibo in continuazione. Poi ci hanno dato alcuni libri in inglese sul Corano, una storia di Gesù vista dall'Islam. Potevamo parlare tra noi specialmente quando mangiavamo, allora cercavamo di ridere. Ma parlavamo anche dei nostri familiari, della gente che ci vuole bene. Eravamo preoccupati per loro.

Hai mai pensato di convertirti all'Islam?
Sono interessata alla cultura e alla lingua araba. Ma non alla conversione.

Che cosa pensi dell'uccisione di Fabrizio Quattrocchi?
Sono contraria. È stato un crimine.

A liberarvi è stato soprattutto l'impegno del commissario straordinario della Croce Rossa, Maurizio Scelli. Un uomo che in passato voi avete criticato duramente. Lo accusavate di stravolgere i confini tra impegno umanitario e coinvolgimento con le forze militari di occupazione. Non è un paradosso?
Sì, è vero che avevamo più volte criticato il lavoro di Scelli. Ma a lui oggi va tutto il nostro più sentito ringraziamento. È stato bravo e coraggioso. Ha rischiato la vita per essere venuto a prenderci alla periferia di Bagdad. Poteva cadere in una trappola. Non lo dimenticheremo.

Perché ci avete messo tanto a ringraziare Berlusconi?
Noi siamo grate a Berlusconi, al governo, a tutte le istituzioni che si sono prodigate per aiutarci. Ma la sera del nostro arrivo eravamo frastornate, ancora sotto choc. Due giorni dopo non ho riconosciuto Veltroni, sul podio con me. Nel nostro comportamento non c'è malizia, né cattiveria. In poche ore ci siamo trovate a stringere migliaia di mani, ci scusiamo se abbiamo mancato di rispetto a qualcuno. Non era nostra intenzione. Per esempio, solo da mezz'ora ho saputo della morte degli ostaggi americani. Non abbiamo tempo di leggere i giornali, vedere la tv, siamo sempre in movimento.

È quasi certo che sia stato pagato un riscatto per la vostra liberazione.
Se è stato pagato un riscatto ci spiace molto. Ma non so nulla. Io credo che questo fosse un gruppo religioso molto politico, che alla fine si sia convinto che non fossimo nemici.

Sono legittimi i sequestri per combattere l'occupazione
Io distinguo tra terrorismo e resistenza. La guerriglia è legittima, ma sono contraria ai sequestri di civili.

Le truppe italiane devono andarsene dall'Iraq?
Sì, senza dubbio. Lo affermavo prima del rapimento e lo ribadisco oggi.

È legittimo il governo Allawi? No, è un burattino nelle mani degli americani.

E le elezioni previste per la fine di gennaio?
Non saranno legittime. Durante questi giorni di detenzione, che verso la fine erano diventati disperati e tediosissimi, sono giunta alla conclusione che ci vorranno decenni per rimettere in piedi l'Iraq".

Quando ci tornerete?
Vogliamo farlo. Ma non subito. Occorre attendere la fine dell'occupazione americana.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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