E se l'accordo con la Libia in materia di immigrazione, così virtuoso e razionale nelle intenzioni, si rivelasse - alla prova dei fatti - un semplice meccanismo di repressione? Ovvero uno strumento di polizia, più efficace e più sbrigativo, più occhiuto e più inflessibile: ma, non per questo, più rispettoso dei diritti umani e più lungimirante rispetto all'esigenza di intelligenti politiche pubbliche per l'immigrazione?
Il sospetto che davvero possa essere così, è forte: e le notizie che giungono da Lampedusa in queste ore, a proposito delle prima applicazione di quell'accordo, sembrano confermare tali preoccupazioni. Fino a prova contraria, ciò che si sta realizzando tra Libia e Italia e tra Italia e Libia, più che un "ponte aereo" (così viene pudicamente definito, quasi si trattasse di un charter per Sharm el Sheikh), è una sorta di unico e circolare nastro trasportatore.
Gli immigrati partono dalle coste libiche e giungono nel nostro paese a bordo delle imbarcazioni dei trafficanti; qui vengono "trattenuti" per alcune ore in un Centro di permanenza temporanea drammaticamente sovraffollato; infine, vengono prelevati e trasferiti di peso su alcuni velivoli (anche militari), che li riportano alla stazione di partenza.
L'operazione è rapida, ma tutt'altro che indolore. Il viaggio di ritorno è più sicuro e (mi auguro) più confortevole, ma la logica che guida l'intero meccanismo non sembra rappresentare in alcun modo un passo avanti. Se, infatti, la strategia pubblica per l'immigrazione, e la cultura che la ispira, è quella del "teniamoli fuori", l'unica novità è di stile.
Sappiamo apprezzarla, senza dubbio, e riconosciamo che tra i "cannoneggiamenti" auspicati fino a non molto tempo fa e l'"espulsione concordata" corre una certa differenza. Ma nell'una e nell'altra strategia ciò che manca è quel dettaglio rappresentato (niente di meno che) dal rispetto dei diritti universali della persona. Nel caso in questione, la prassi adottata non tiene in alcun conto (insomma: viola) la convenzione di Ginevra e, in particolare, l'articolo 33, dove viene sancito il principio di non-refoulement: ovvero il non respingimento dei richiedenti asilo anche se entrati irregolarmente nel territorio dello Stato.
Non solo. La rapidità esibita nell'attuare l'operazione costituisce, assai probabilmente, un'altra grave violazione di norme italiane e di convenzioni internazionali: è lecito dubitare, infatti, che le persone allontanate "in ventiquattr'ore" - come sottolineano, compiaciute, le fonti istituzionali - siano state adeguatamente informate del diritto di chiedere asilo e abbiano potuto accedere alla procedura per l'eventuale riconoscimento dello status di rifugiato. E, ancora, quali garanzie ha ricevuto l'Italia dalla Libia a proposito del trattamento che verrà riservato agli emigrati "restituiti" a quel paese, siano o meno libici? Tanto più che - va ricordato - la Libia non ha firmato la convenzione di Ginevra sui rifugiati: e quel regime non è diventato all'istante - con la fine dell'embargo - un esempio preclaro di Stato di diritto.
Infine. Gli accordi con i paesi di maggiore emigrazione possono rappresentare effettivamente un fattore assai utile al fine di elaborare politiche razionali e di lungo periodo: ma se tali accordi privilegiano l'aspetto del respingimento - e non prevedono flussi d'ingresso, accoglienza, integrazione - si tradurranno nel semplice rafforzamento della "fortezza Europa": e nel contributo offerto da alcuni paesi rivieraschi a rendere più muniti ed ermetici i nostri ponti levatoi. Fuori di essi, la condizione dei migranti e del mondo non ne risulterà in alcun modo migliorata.
Intanto, a proposito del "ponte aereo", il ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, ha dichiarato: "Stiamo fronteggiando questa emergenza con la necessaria determinazione, ma nel rigoroso rispetto delle nostre leggi, delle convenzioni internazionali e dei diritti umani degli immigrati".
Questo giornale e chi scrive non hanno esitato a concedere ampie aperture di credito al ministro dell'Interno, che ha saputo muoversi saggiamente in più di un'occasione: ma è difficile fidarsi sulla parola quando sono in gioco i diritti universali della persona. Esibire le prove, prego.
Luigi Manconi

Luigi Manconi

Luigi Manconi insegna Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università IULM di Milano. È parlamentare e presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato. Tra i suoi libri recenti: Corpo e anima (Minimum fax 2016), La pena e i diritti (con G. Torrente; Carocci, 2015), Abolire il carcere (con S. Anastasia, V. Calderone, F. Resta, Chiarelettere 2015), Accogliamoli tutti (con V. Brinis; Il Saggiatore 2013), La musica è leggera (Il Saggiatore, 2012), Non sono razzista ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura (con Federica Resta; Feltrinelli, 2017). Nel 2001 ha fondato l’associazione A buon diritto.

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