Non è la "sindrome di Minamata" il male che sta provocando sofferenza alla popolazione di Buyat Bay, sulla costa settentrionale di Sulawesi (già Celebes), in Indonesia. Minamata è il nome della baia giapponese contaminata da un massiccio e prolungato avvelenamento da mercurio dovuto a scarichi industriali, negli anni `60: ormai è anche il nome della sindrome da avvelenamento acuto da metil-mercurio. Così, quando nella baia di Buyat sono comparse malattie nervose e della pelle, il ministero dell'ambiente indonesiano ha chiesto all'Organizzazione mondiale della sanità di studiare la situazione. E l'Oms ha investito del caso l'Istituto nazionale giapponese per la malattia di Minamata. Il motivo è semplice. Nella baia di Buyat affaccia la miniera d'oro (ormai in fase di chiusura) di Minahasa Raya, di proprietà della Newmont Mining Corporation. Attiva dal 1996, per otto anni la miniera ha scaricato i suoi scarti nella baia, secondo un metodo chiamato "smaltimento sottomarino dei reflui". Scarichi tossici, perché contengono metalli pesanti come arsenico, mercurio, piombo, cadmio, sostanze necessarie alle prime fasi della lavorazione dell'oro per separarlo dal minerale grezzo. La baia di Buyat era una zona piuttosto depressa di contadini e pescatori, e quando Newmont Indonesia ha avuto la concessione per aprire la miniera negli anni `90 molti avevano sperato in posti di lavoro e benessere. Il lavoro alla fine è stato una parentesi transitoria, agli enti locali è rimasto poco dei profitti dell'oro: sono rimasti gli effetti dell'inquinamento sotto forma di mare contaminato e un'epidemia di malattie che vanno dalle eruzioni cutanee ai disturbi del sistema nervoso - senza contare il crollo della pesca, che era una fonte di reddito e di cibo per la popolazione locale. Sono scoppiate proteste, coalizioni di gruppi ambientali indonesiani si sono mobilitati. Scienziati di università indonesiane e straniere hanno analizzato le acque della baia e trovato sostanze tossiche in concentrazioni ben oltre le soglie ammesse. In agosto un gruppo di aiuto legale ha presentato una denuncia a nome di tre abitanti di Buyat,: chiedono all'azienda mineraria un risarcimento di 543 milioni di dollari.
Infine sono scese in campo le autorità indonesiane, con risvolti quantomeno inediti. In agosto la polizia di nord Sulawesi ha ordinato la chiusura della miniera. Ha poi cominciato a interrogare i dirigenti dell'azienda, e il 23 settembre ne ha arrestati sei: Richard Ness, presidente di Newmont Indonesia, filiale indonesiana della multinazionale con sede a Denver in Colorado, il manager della miniera Bill Long (entrambi cittadini statunitensi), poi un australiano e tre indonesiani. Nessuna accusa è stata formalizzata ma il codice penale in Indonesia permette il fermo per 20 giorni. Un alto ufficiale di polizia criminale, dall'evocativo nome di generale Suharto, ha dichiarato giorni fa che le autorità hanno "abbastanza prove per tenerli dentro: l'inquinamento là è un fatto". Una commissione d'indagine del governo aveva dichiarato in agosto che lo scarico dei reflui a mare è stato "illegale" - l'azienda sostiene di aver sempre fatto tutto in regola. L'altroieri l'ambasciatore degli Stati uniti a Jakarta, Ralph L. Boyce, ha chiesto il rilascio degli arrestati. Tra diplomatici e gente d'affari occidentale in Indonesia si mormora che le accuse a Newmont sono un modo per estorcere soldi all'azienda americana.
Ora Newmont spera che lo studio dell'Oms aiuti la sua causa, e a prima vista è così. Il ministero dell'ambiente indonesiano ha diffuso l'altroieri i risultati dello studio, affidato all'istituto giapponese: in effetti conclude che gli abitanti di Buyat non soffrono della "malattia di Minamata", e che il livello di inquinamento da metalli pesanti nelle acque della baia non è allarmante. Un dirigente dell'Oms, Jan Speets, ha però aggiunto che ci vorrà un'indagine ben più ampia per determinare la natura della sindrome che colpisce a Buyat: in fondo, il mandato del governo indonesiano era solo stabilire se fosse apparentabile a quella di Minamata. Newmont resta nella scomoda posizione dell'imputato.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>