Il racconto dell'Arabia non dura mille e una notte ma solo cinque giorni e non avviene nel Palazzo del Re ma alla Fiera del Libro di Francoforte. Quest'anno è "il mondo arabo" l'ospite d'onore. Tradizionalmente la Fiera dedica ogni sua edizione a un paese o gruppo di paesi. È rimasta famosa quella destinata all'America Latina, che negli anni Settanta fece conoscere al mondo gli scrittori latino-americani, fino allora ignorati. E l'anno scorso fu la volta della Russia, di cui i tedeschi hanno tradotto moltissimi giovani autori. Una prima mondiale, aveva annunciato in giugno il direttore della Fiera, Volker Neumann: ventidue paesi arabi si presenteranno insieme sotto l'egida della Lega araba e della Associazione degli editori arabi. L'annuncio fu accolto da molte perplessità. Aveva un senso, ci si chiedeva, invitare i paesi arabi tutti insieme, dal Marocco all'Iraq, dalla Siria all'Arabia Saudita, quando ormai, finiti i sogni panarabisti degli anni Sessanta, questi paesi non sono accomunati se non dalla lingua e dalla religione? E come si poteva incaricare del programma un organismo come la Lega araba, di cui il meglio che si può dire è che sia superata, e che comunque riunisce governi non democratici, per di più spesso ostili tra loro? Non avrebbero mandato a Francoforte solo i poeti di regime, lasciando a casa i dissidenti e le voci critiche? Molte perplessità sembrano essersi confermate (nel frattempo cinque paesi - Marocco, Algeria, Libia, Kuwait e Iraq - hanno rinunciato a presentarsi sotto il mantello della Lega Araba). Gamal al Ghitani, uno dei più noti scrittori e oppositori egiziani, sostiene che a Francoforte saranno assenti scrittori importanti: in ogni paese le scelte sono state fatte da funzionari spesso corrotti e comunque preoccupati soltanto di non creare e di non crearsi problemi, ha detto. Ghitani, che sarà a Francoforte espressamente "non" come invitato della Lega, teme che il tenore degli incontri e delle discussioni sarà perciò più di stile "turistico" che di vero scambio. "La cosa peggiore è che gli arabi sono preoccupati soprattutto di salvare la loro immagine, a scapito di una vera discussione", dice. La direzione della Fiera assicura comunque di aver dato molto spazio anche agli oppositori e agli scrittori esuli. Essere scrittori in un mondo arabo sempre più fanatizzato non è un'impresa facile. Guerre, crisi, terrorismo. L'immagine che il mondo arabo ci dà di sé è dominata da notizie terribili, da una violenza bestiale, dal fondamentalismo. Gli italiani hanno seguito con angoscia fino alla liberazione la sorte delle due operatrici umanitarie sequestrate in Iraq, la Francia è ancora in ansia per quella dei due giornalisti, la Gran Bretagna per quella del suo ingegnere. Dobbiamo prendere posizione sugli ostaggi, rispondere alle domande che ci faranno i tedeschi, ha detto al Cairo il poeta egiziano Ahmed Abdelmoti Hegasi. Dobbiamo discutere sulle radici del terrorismo, affrontare temi scottanti come l'Iraq e la Palestina, non evitarli con il pretesto che gli europei sono amici di Israele. Il segretario generale della Lega araba, l'ex ministro degli Esteri egiziano Amre Mussa, ha dato però subito l'altolà: "A Francoforte si parla di cultura, di letteratura, non di politica. È un'occasione d'oro per correggere l'immagine di una cultura araba associata unicamente al terrorismo e al fondamentalismo. Davanti al mondo siamo sempre sul banco degli imputati. A Francoforte siamo stati chiamati come una comunità che ha qualcosa da offrire sul piano culturale, altrimenti non ci avrebbero invitati". In occasione del terzo anniversario dell'11 settembre il giornale egiziano al Hayat ha chiesto a diversi intellettuali arabi di pronunciarsi sulle conseguenze di quel tragico avvenimento. I giudizi sono molto più autocritici che in passato, anche se accanto ad autocritiche brucianti o rassegnate si riflettono molte polemiche antioccidentali e opinioni largamente diffuse nel mondo arabo (e non solo), come le più fantasiose teorie sul "complotto della Cia" nell'attentato alle Torri Gemelle. La condanna del terrorismo è generalizzata. Spesso però, osservano alcuni, non è accompagnata da una pari attenzione verso altre cruciali questioni come il problema della democrazia negli Stati arabi, del rispetto dei diritti umani, della costruzione di istituzioni statali moderne. Diventa così quasi una condanna di routine, di maniera. Se invece non si affrontano questi problemi non riusciremo mai a sottrarre al terrorismo il suo terreno di cultura, dice Hussain al Mozany, uno scrittore iracheno che era fuggito dal regime di Saddam, vive a Colonia, e traduce Guenter Grass e Rilke in arabo. Nell'ultimo suo romanzo, Mansur o il profumo dell'Occidente, dietro una storia di emigrazione, dalla guerra Iraq-Iran alla Germania, corre un discorso grottesco sull'identità (tedesca e straniera). "Non si può chiedere ai paesi arabi una democrazia come in Europa perché le strutture sociali sono completamente diverse", dice al Mozany. "Bisogna procedere passo per passo: chiedere l'applicazione dei diritti umani, la liberazione della donna, l'apertura ai contatti con il mondo e soprattutto fare una grande campagna di alfabetizzazione. Il 60, 70 per cento della popolazione di molti paesi arabi è analfabeta. Solo così si combatte contro l'oppressione, creando sindacati, associazioni, agendo per migliorare la situazione economica che è catastrofica". Najem Wali, un altro iracheno emigrato, nato a Bassora e imprigionato e torturato dal regime di Saddam, è ancora più amaro: perché la cultura araba negli ultimi trent'anni non ha prodotto nessun intellettuale capace di dire qualcosa di nuovo, una filosofia, una teoria intellettuale che si discosti dal solito culto della virilità, dell'aggressività e dell'orgoglio nazionalista? È perché i regimi controllano i media? Sono le seduzioni dei potenti che fanno tacere sulle dittature e sul terrorismo a cui chiamano i predicatori dell'odio in nome del "complotto giudaico"? Perché gli intellettuali arabi non scrivono della disoccupazione, della fame, degli stupri delle donne e dei prigionieri politici nei loro paesi?, si chiede. Gli esuli iracheni, che si sono sempre considerati tenuti in disparte dalla Lega araba e dagli ambienti religiosi (che sono quelli da cui arrivano i finanziamenti), sono oggi i più liberi di parlare. Hanno vissuto la caduta di Saddam come una liberazione. Finalmente hanno un paese, anche se li sgomenta che esso sia precipitato nell'inferno e per questo se ne tengono lontani. Da questa ritrovata libertà di parola accusano i colleghi di altri paesi arabi di essere troppo disposti al compromesso, troppo inclini a ripetere le stesse cose, a prendersela col sionismo perché non hanno il coraggio di opporsi ai propri regimi. Alle critiche di al Mozany non sfugge nemmeno il famoso poeta siriano Adonis, considerato un dissidente e bandito dall'associazione degli scrittori siriani. Di Adonis, che vive un po' a Parigi e un po' a Beirut, a Francoforte verrà presentato un volume scritto nel 1970 e considerato da alcuni profetico: Una tomba per New York. Al Mozany gli rimprovera invece collusioni con gli autocrati sauditi. Ha scritto un libro su un precursore (risale a 300 anni fa) del wahabismo, dice, e ha, a suo tempo, inneggiato a Khomeini, (come del resto tanti anche in Occidente). Insomma nessuno è un santo e dall'esilio i compromessi di chi vive in paesi autoritari sono difficili da capire. Tutti hanno le loro pecche: Mahmud Darwish, poeta palestinese molto noto, viveva a Parigi con i soldi di Saddam, accusano gli esuli iracheni. Su un punto comunque tutti gli arabi concordano, ed è nel sostenere che l'Occidente non s'interessa veramente alla loro cultura. Oppure quando lo fa, come qualche volta i tedeschi, arriva comunque a decisioni sbagliate. "Guenter Grass, Enzensberger, Volker Braum, sa dove vanno? In Yemen! Non al Cairo, dove troverebbero almeno un ambiente più aperto, più liberale, ma nella dittatura yemenita! Perché è più esotica", dice scandalizzato al Mozany. La Fiera di Francoforte è dunque davvero una grande occasione. Quando nel 1988 fu dato il Nobel all'egiziano Nagib Mahfuz, allora sconosciuto in Europa, per la prima volta le case editrici europee cominciarono a tradurre gli scrittori arabi. Soprattutto le piccole case editrici, i cui libri purtroppo restano quasi sempre introvabili sui banchi delle grandi librerie. In Italia si pensa spesso che a tradurre il mondo arabo siano soprattutto i francesi. E invece esistono da noi traduzioni eccellenti e collane come quella curata dall'arabista Isabella Camera d'Afflitto, in cui compaiono romanzi di Gamal al Ghitani, di Edwal al Kharrat, del saudita Abdal Rahman Munif o del libico Ibrahim al Koni. I grandi editori sono tuttavia ancora quasi assenti, fatta eccezione per quanto riguarda gli scrittori arabi francofoni, come Tahar Ben Jalloun, che restano i più conosciuti sul mercato europeo. L'interesse dei lettori è aumentato dopo l'11 settembre, ma più per i libri sul mondo arabo che per quelli che provengono da quel mondo.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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