Ha camminato sui sentieri quasi un'ora per portare il suo voto. Non importa che abbia 65 anni, la salute malconcia e che l'altra sera il termometro sia sceso in poche ore di 14 gradi. Nevica, tira vento. Il cielo è marrone, siamo a quasi meno cinque. Le cime rocciose poco sopra il suo villaggio sono già imbiancate. Ma Sultan Mohammed è ben contento di essere venuto a votare in questo seggio dove manca il tetto, gli scrutatori si riparano nei mantelli di lana tirati sugli occhi e la bufera rende difficile persino infilare la scheda nell'urna. "Per più di dodici anni ho vissuto nelle grotte per combattere le truppe sovietiche. Poi c'è stata la guerra civile, la dittatura talebana. Questo voto è la mia rivincita, il mio investimento per il futuro. Voglio che i miei cinque figli vivano meglio di quanto abbia vissuto io", dice con un guizzo di felicità negli occhi. Ecco la sorpresa delle elezioni presidenziali in Afghanistan. In tanti le davano per spacciate prima ancora di aprire i seggi. Ci si attendeva un'ondata di attentati nel mezzo dell'astensione, della paura e forse anche dell'apatia generale. "Persino noi eravamo pessimisti", ammettevano ieri sera gli osservatori dell'Onu negli uffici elettorali di Bamiyan. E invece no. Un successo, un grande successo. Bisogna salire nei villaggi di montagna, andare lontano dalle polemiche molto politiche che infuriano nella capitale, per coglierne tutta la portata. Ieri mattina alle 6 ci siamo messi in auto decisi a percorrere i quasi 250 chilometri, quasi tutti di pista sterrata, che conducono a Bamiyan: un luogo che dal febbraio 2001 è noto in tutto il mondo come la città dei Buddha distrutti dalla furia cieca e ignorante della teocrazia talebana. Un viaggio da favola. Sino agli anni Settanta meta preferita degli occidentali in cerca di avventura, paesaggi incantati e popolazioni tribali ancora immerse nei loro costumi millenari. Dopo una cinquantina di chilometri su asfalto inizia lo sterrato, si entra nella gola rocciosa creata dal fiume Ghorband. Mandorli, ciliegi, peschi e terrazzamenti coltivati sul fondo della valle contrastano con i fianchi aspri delle montagne. Il primo villaggio fatto di casupole color sabbia dove sono raggruppati i seggi è quello di Istam Bazar. Gli elettori ci arrivano a piedi o dorso di mulo già prima delle 7. Guardano curiosi gli scrutatori che dipingono loro l'unghia del pollice destro con inchiostro nero. Nessuno si sogna neppure per un attimo di lavarlo via, almeno per oggi. È un segno di distinzione, un marchio di merito. "Ho votato. Ho fatto il mio dovere", dice un giovane accovacciato con gli amici. Più avanti c'è la cittadina di Frenjal. Zona antica di confine tribale e di combattimenti. La maggioranza pashtun della regione di Kabul lascia il posto a quella tajika e hazara. La strada è punteggiata di carri armati russi arrugginiti, ma anche di casematte distrutte dalle lotte fratricide tra i signori della guerra negli anni Novanta. Qui gli uomini votano nella scuola elementare. Alle dieci della mattina su 2.540 registrati sono già arrivati in mille. "Non abbiamo problemi di sicurezza. Nessuno è autorizzato a spostarsi in auto. La polizia non ha segnalato alcun pericolo. Il nemico maggiore sono solo le cattive condizioni metereologiche", dice il presidente del seggio Abdul Karim. Due mesi fa circa 300 tra notabili e leader religiosi della zona si sono riuniti per la "ashura" (assemblea) nella moschea di Frenjal per discutere un tema fondamentale: "Dovremo permettere che le nostre donne votino?". Per tre giorni favorevoli e contrari si sono scontrati a colpi di Corano e Sharia, la legge religiosa islamica. Alla fine, dopo un'attenta votazione, ha prevalso il sì. Così ieri mattina oltre 400 delle 1.500 registrate si erano già recate in una piccola moschea molto appartata (circa 10 minuti a piedi per i vicoli della cittadina) per deporre la loro scheda. A Bamiyan si arriva con una nota di speranza. "Perché sono ottimista?", esclama un taxista incontrato all'ultimo posto di blocco militare prima di entrare nell'abitato. "Semplice. Quattro anni fa impiegai due giorni e due notti per il tragitto da Kabul a Bamiyan. Il nostro viaggio era continuamente interrotto da bande di gente armata che ci obbligavano a pagare pedaggi salatissimi. C'era il costante pericolo di essere rapinati o restare coinvolti nelle scaramucce a colpi di Kalashnikov tra i banditi e le milizie locali. Oggi ho impiegato una mattinata. La mia unica preoccupazione è stata la tempesta di neve ai 3.000 metri del passo di Shebar". L'altopiano di campi di patate e cipolle attorno a Bamiyan è dominato dai gusci vuoti dei due Buddha distrutti sulle pareti di tufo giallastro di una grande collina. Alla base Unesco, giapponesi, tedeschi e italiani hanno raccolto i frammenti delle statue con la speranza più o meno segreta di poterle ricostruire. Però non mancano i dubbi. "Qui tutta la popolazione condanna i talebani. A Bamiyan sono tutti Hazara, la minoranza etnica forse più perseguitata dalla dittatura teocratica del Mullah Omar. Ma trovo ben difficile che si possano ricostruire due statue di Buddha in questa terra dove l'Islam domina incontrastato", afferma Molly Little, una newyorchese trentenne che vive qui da oltre un anno e coordina gli sforzi dell'Onu nell'assistenza alle elezioni. Anche a suo dire il successo del voto è "strabiliante". "È stata la prova del nove per l'appuntamento alle politiche previste per l'aprile 2005. Gli afghani oltretutto dimostrano che esiste il rispetto generalizzato per uno Stato centralizzato", aggiunge. Ma con una nota di inquietudine: "Ora però entriamo nella fase più delicata: la conta dei voti. Gli estremisti potrebbero cercare di boicottarla per inficiare le elezioni. Non escludo attentati contro le urne mentre verranno trasportate dai seggi più remoti ai centri di raccolta e conteggio".
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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