"Le elezioni? Sono un miracolo, un vero miracolo. E chi non lo comprende non ha capito nulla dell'Afghanistan". Non si lascia intimorire Hassan Gran. Non lo impressionano più di tanto gli allarmi bomba, nè la minaccia degli attentati o del terrorismo. "Alla violenza ci siamo abituati. Così come all'intolleranza religiosa dei talebani, o al fanatismo suicida di Al Qaeda. Dobbiamo invece ancora abituarci alla libertà, alla pace e alla democrazia. E molti di noi devono ancora capire che proprio queste elezioni presidenziali sono un passo concretissimo in quella direzione", esclama questo tipico esponente dei nuovi intellettuali afghani. Laureato in scienze politiche all'università della capitale, 47 anni, autore di diversi saggi sulla storia politica del suo Paese pubblicati anche in Pakistan, Gran ha lavorato sino a un anno fa per la Croce Rossa internazionale. Da allora è presidente della commissione incaricata di coordinare gli affari parlamentari nel governo Karzai.

Perché un miracolo?
Sino a tre anni fa noi uomini eravamo costretti a farci crescere la barba. Chi l'aveva troppo corta poteva venire arrestato dalle cosiddette pattuglie della moralità. I talebani bruciavano pubblicamente le cassette di musica con voci femminili. Le scuole erano solo per bambini maschi. Le ragazzine già giovanissime erano costrette a indossare il burqa. Parlare di politica o esprimere idee diverse da quelle della dittatura era semplicemente tabù. Ora siamo liberi di scegliere il nostro presidente. Primo passo verso le elezioni politiche di aprile. Chiunque può candidarsi. Inoltre ci stiamo riaprendo al mondo, possiamo viaggiare, parlare con l'estero. Nel 2000 c'erano tre quotidiani in tutto l'Afghanistan, oggi le pubblicazioni sono oltre 200. È il miracolo della libertà. Devo ammettere che nel gennaio 2002 non avrei mai pensato potesse arrivate tanto rapidamente.

Il pubblico è pronto alla libertà?
Si dimentica che l'Afghanistan ha una tradizione laica. I 5 anni dei talebani sono stati una parentesi. Già nel 1905 e nel 1917 ci furono seri tentativi di imporre una monarchia costituzionale. Kabul nei primi anni '70 era molto simile a Beirut per cultura, modi di vivere e valori.

I pericoli maggiori?
I cosiddetti signori della guerra, gente che non esita a sfruttare le antiche divisioni tribali per rilanciare il proprio potere personale. E i fanatici militanti di Al Qaeda ancora nascosti nelle zone al confine con il Pakistan. Infine temo l'ignoranza: oltre l' 80% della nostra popolazione è analfabeta.

In Iraq sta crescendo l'ostilità nei confronti delle truppe Usa e i loro alleati. Lo stesso avviene in Afghanistan?
Assolutamente no. La stragrande maggioranza della popolazione desidera che le truppe della coalizione guidata dagli americani restino. Se dovessero partire tornerebbe il pericolo delle guerre fratricide come nei primi anni '90 dopo il ritiro delle truppe sovietiche.

Le attuali elezioni in Afghanistan potrebbero rappresentare un modello per quelle irachene previste entro gennaio?
Direi di no. Le due situazioni sono drasticamente diverse. In Afghanistan gli americani sono intervenuti con il sostegno della comunità internazionale e avendo pianificato con attenzione un programma per il dopoguerra. Condizione che non c'è stata in Iraq. Inoltre noi afghani odiavamo la teocrazia talebana molto più di quanto gli iracheni odiassero Saddam Hussein. E, pur tra grandi difficoltà, il nostro Paese è più omogeneo. Da noi non esistono tensioni simili a quelle tra sciiti e sunniti, o la possibilità costituita dalla nascita di uno Stato indipendente curdo.
Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi

Lorenzo Cremonesi (Milano, 1957), giornalista, segue dagli anni settanta le vicende mediorientali. Dal 1984 collaboratore e corrispondente da Gerusalemme del “Corriere della Sera”, a partire dal 1991 ha avuto modo di andare più volte in Iraq. Da allora ha seguito le maggiori vicende della regione, allargata poi all’Afghanistan, India e Pakistan. Ha scritto Le origini del sionismo e la nascita del kibbutz (1881-1920) (Giuntina, 1985), Dai nostri inviati (Rizzoli, 2008) e, con Feltrinelli, Bagdad Café. Interni di una guerra (2003).

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