Giglia Tedesco ride divertita. "Mi dispiace solo che mio marito non ci sia più, chissà quanto si sarebbe divertito. Io l'ho sempre detto: i segreti non esistono. Esiste, quello sì, la discrezione. E io sono fiera di poter dire che mio marito ed io abbiamo dato un esempio, né da me né da lui è mai uscita una sola parola sugli incontri riservati che Berlinguer faceva a casa nostra. Sono stati gli interessati a parlarne molti anni dopo. Andreotti, De Mita, hanno raccontato nelle loro memorie delle frenetiche trattative che si condussero in via de' Nari quando il Pci stava per entrare al governo. Ma dalle nostre bocche noi non è mai venuto fuori nulla". Mi fa vedere sotto il mobile dove, come ha scoperto Claudio Gatti, giornalista del ‟Sole 24 Ore”, la Cia aveva piazzato il microfono con cui registrava le confidenze di Berlinguer a Tatò, suo segretario e capo dell'Ufficio stampa del Pci, "forse la sola persona di cui si fidava completamente" dice Giglia. "Gatti mi ha pregato di svuotare anche quest'altro mobile, che era pieno di carte, di vecchie fotografie. Le devo ancora rimettere a posto. C'è stato un vero e proprio consulto, Gatti mi ha chiesto di far venire il restauratore, e tutti e tre con le torce siamo stati lì a ispezionare ogni centimetro di legno alla ricerca dei microfoni. Ma non abbiamo trovato nulla". Gatti ha accertato che all'inizio del '76, in pieno eurocomunismo, la Cia riuscì a mettere a segno una brillante operazione d'intelligence contro il Pci. Due microfoni furono installati nel piccolo appartamento di via de' Nari, vicino al Senato, dove abitavano Tonino Tatò e Giglia Tedesco. La stazione d'ascolto era lì vicino, nell'appartamento all'ultimo piano di una signora americana. "L'aveva mai vista? Se la ricorda?". "No, anche perché non eravamo proprio vicine di casa, lei stava a via del Biscione". Quello che a un certo punto spiazzò la Cia fu che Giglia e suo marito decisero che non potevano più continuare a vivere in sessanta metri quadri e cercarono una casa più grande, la stessa dove abita oggi vicino a piazza di Pietra. "La casa di via de' Nari era così piccola che quando Berlinguer incontrava qualcuno io dovevo restare fuori, perché non avrei saputo dove mettermi. Mi ricordo ancora il giorno del mio cinquantesimo compleanno. Al Senato mi avevano festeggiato e mi avevano regalato un mazzo di fiori. Io tornai a casa tutta contenta e vidi Tonino che mi veniva incontro all'angolo della strada. Pensai che fosse per farmi gli auguri. E invece mi si avvicinò agitatissimo per raccomandarmi non salire, non salire, in casa c'erano persone. E io col mio mazzo di fiori mi rifugiai in una locanda vicina". Fu così dunque che nel giugno '79, in una Roma turbinante e affollata, gli agenti di Langley videro che i mobili dove tre anni prima, approfittando del vuoto ferragostano, avevano installato le loro cimici, partivano da via de' Nari per ignota destinazione. Ebbero fortuna perché Giglia aveva deciso di far restaurare quei mobili. Gli agenti seguirono il furgone del restauratore fino a Montesacro. Entrare di notte nel laboratorio per togliere le cimici sarà stato un gioco da ragazzi, dice Giglia. No, lei e il marito non si erano mai accorti di nulla, assicura. "Ma quando Gatti mi ha telefonato dagli Stati Uniti per raccontarmelo, era più stupito lui di me. Se non spiano, i servizi segreti che ci stanno a fare, dico io. La conosce quella barzelletta napoletana, del tale che bussa alla porta e l'inquilino gli dice: no qui abito io. Lo spione sta di sopra". Si fa una bella risata. Ormai è una vecchia signora, sempre ben portante con i suoi capelli biondi, ma non ha perso il senso del comico che era sempre stato un suo tratto anche nell'ambiente serioso del Pci. "Del resto, si sapeva. Berlinguer sapeva di essere sotto il controllo continuo dei servizi, e perciò era sempre molto guardingo. Andreotti disse a Berlinguer che aveva troppe resistenze nella Dc per lasciarlo entrare al governo. Ma era chiaro che dietro c'erano pressioni americane. Ad un certo momento la cosa sembrava fatta. Franco Evangelisti disse a mio marito: "A' Tonì, ci siamo, entrate nella maggioranza". Ma poi Andreotti cambiò all'improvviso. Per noi fu una sorpresa. In fondo la Cia capì la situazione meglio dei politici. Io lo dico sempre, i servizi segreti possono essere uno strumento democratico, se sono seri, e raccolgono informazioni seriamente. La Cia aveva capito che Berlinguer era pronto a rompere con Mosca. Del resto Berlinguer l'aveva detto pubblicamente. Nell'intervista a Pansa disse che si sentiva più sicuro sotto l'ombrello della Nato. Era il '78. In pubblico ovviamente parlava con maggiore prudenza che in privato, ma fece diverse dichiarazioni di quel tenore. Gatti correttamente lo riconosce. Invece non mi è piaciuta l'acrimonia nel commento di Melograni (sempre sul ‟Sole” di domenica-ndr). Ma se uno è acrimonioso, che ci vuoi fare?"
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

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