Avvertenza. I passaggi più bassi e modesti del pensiero di Bush nel corso del dibattito con lo sfidante Kerry sono molte volte al di sopra di ciò che abbiamo ascoltato dalla destra italiana in occasione dell’imprudente affacciarsi in Europa del ministro Buttiglione. Vai all’Ambasciata americana a vedere la registrazione del dibattito Bush-Kerry e subito, fin dalle prime battute dei due contendenti ti rendi conto che qui - in questa Italia - vivi in un mondo inferiore nel quale tre ministri della Repubblica (Tremaglia, Calderoli, Buttiglione) accusano delle loro brutte figure in Europa la "lobby dei gay" e uno di loro chiama i deputati europei "culattoni" con interventi di solidarietà di molti leader e di metà Parlamento. Mentre scriviamo tutta la caserma della destra è in festoso fermento.
Un "finalmente" detto, dichiarato, gridato, si espande nelle cronache di "autorevoli" quotidiani (vedere nelle pagine interne un testo esemplare di partecipazione alla festa del ‟Corriere della Sera” di ieri) e rende impossibile per il deputato Grillini prendere la parola alla Camera.
Ecco, siamo nell’Ambasciata americana e qualunque cosa si pensi sulle recenti scelte politiche e sul disastro iracheno, dobbiamo ammettere di essere al piano di sopra, dove persone vere dibattono cose vere col tono grave che il momento richiede. Tra poco parleranno di gay e di coppie di fatto. Bush e Kerry hanno un punto in comune: parlano di cittadini con pieni diritti costituzionali e ne parlano con idee molto diverse ma con lo stesso rispetto. Sono i leader politici di un Paese in cui Tremaglia, Buttiglione e Calderoli non durerebbero un minuto.

Dicono i sondaggi americani che John F. Kerry, il candidato democratico, ha vinto il terzo e ultimo dibattito con George W. Bush, Presidente degli Stati Uniti e candidato repubblicano.
Le ragioni, secondo gli esperti sono la sicurezza di Kerry e le incertezze di Bush (una volta perde il filo, una volta cita un rapporto privato, il ‟Lewin Report”, che nessuno può o deve conoscere; tre volte, in momenti diversi e fuori contesto, ripete la stessa frase sulla importanza delle buone scuole).
Le ragioni sono la percezione della disponibilità di Kerry a dire la verità su temi difficili, come i diritti civili dei gay e l’aborto ("sono cattolico ma non sono d’accordo con i vescovi, devo rispettare la Costituzione e le leggi") e la tendenza di Bush a sottrarsi con dichiarazioni generiche. E anche la contrapposizione di due frasi, due slogan che sembrano simili ma sono molto diversi. "Freedom is on the march" (la libertà è in marcia), dice e ripete Bush, qualche volta appendendo la frase nel vuoto. "Hope is on the way" (ritorna la speranza) dice John Kerry. Ma lo dice dopo avere descritto con chiarezza le sue proposte. Alcune, sulla salute, il lavoro, le pensioni, la sicurezza del Paese, sono apparse convincenti, mentre Bush non poteva fare altro che girare un po’ a vuoto intorno a un bel rischio. Perché sta parlando di argomenti e fatti che chi ascolta conosce benissimo, che sono la vita quotidiana in America.
Due le trovate più efficaci di Kerry. La prima sul modo di parlare. Si rivolge alla telecamera e dice: America, ora ti spiego cosa intendo fare. La seconda: "Perché i cittadini americani non dovrebbero avere la stessa assicurazione medica che abbiamo noi senatori? Ecco qua". E la descrive. Invano un Bush, imbarazzato, cerca di spiegare che così si cade nell’assistenza di Stato (intende dire socialista) "che in altri Paesi ha dato pessimi risultati". Invano, perché Kerry gli spiega che ai 36 milioni di cittadini senza assicurazione medica che già c’erano negli Usa, se ne sono aggiunti altri cinque durante il governo di Bush. E poi ha buon gioco a ripetere: "Che cosa c’è di male nella mia proposta? Noi senatori ci troviamo bene con il nostro piano sanitario. Propongo di estenderlo a tutti gli americani". Difficile replicare per Bush. Le ragioni le racconta Kerry. Una: il taglio delle tasse di Bush a favore dei ricchi si è mangiato esattamente la cifra che avrebbe sistemato per un decennio il fondo pensioni (Social security). L’altra: il costo della salute è così alto perché troppa gente è sprovvista di tutela sanitaria e quando giunge al Pronto soccorso di un ospedale che non può rifiutare un malato in pericolo di vita, il costo della salvezza è molto più alto del costo di una buona medicina preventiva.
C’è un momento breve e brusco del dibattito sulla salute in cui Kerry piazza un buon colpo: manca, nei ricchi e potentissimi Stati Uniti, il vaccino anti-influenzale. È un fatto grave per i bambini e i cittadini a rischio, è un costo pesante per l’economia se troppe persone si ammalano. Come avranno preso gli elettori la risposta del Presidente: "Faccio appello ai più giovani e ai più sani affinché evitino di vaccinarsi"?

Siamo nell’auditorium dell’Università dell’Arizona e i due contendenti sono sottoposti alle stesse regole austere dei primi due dibattiti. Il pubblico c’è ma non può farsi sentire. I candidati si rivolgono ai moderatori rispettando moduli di tempo (due minuti, un minuto e mezzo, 30 secondi) invalicabili. Il moderatore è un anziano giornalista, Bob Schieffer, di cui si ricorda ancora l’opposizione (insieme a Walter Cronkite) alla guerra in Vietnam, un Enzo Biagi americano che la Cbs si è guardato bene dal licenziare. In quel Paese l’opinione pubblica ha un peso. Schieffer si comporta con modestia, senza alcuna teatralità nel fondale blu senza scenografie, in cui avviene il dibattito. Ma è fermo e orgoglioso nel dire: "Queste domande sono mie, nessuno me le ha date, nessuno le conosce. Io ne sono l’unico responsabile".
Il Presidente degli Stati Uniti - che nei primi due dibattiti si era mostrato a disagio e infelice nell’essere guidato con fermezza da qualcuno che non ha alcun potere - questa volta è stato consigliato a tenere un atteggiamento mite, a non tentare di apparire più autorevole del suo contendente. Basta che non sembri più piccolo, devono avergli detto. E Bush, la persona, l’immagine, la dizione, la gestualità, non ha fatto gaffes o brutte figure. E questo spiega perché un solo sondaggio (Cnn) dà la netta vittoria a Kerry mentre tutte le altre rilevazioni mostrano vantaggi minori per il candidato democratico.
L’intero dibattito è stato dedicato all’America e alla politica interna. Molti temevano che per l’internazionalista John Kerry, con la sua aria aristocratica di chi si ambienta bene nel mondo, sarebbe stata una prova difficile. Lo è stata, ma per George Bush. Kerry sul lavoro, il precariato, la disoccupazione aveva numeri e dati precisi. Il più efficace: state obbligando gli operai a finanziare il proprio licenziamento. La spiegazione è altrettanto efficace: il governo d’affari di Bush facilita sia "l’outsourcing" (usare il lavoro fuori dalla azienda) che il trasferimento del lavoro in India o a Taipei, offrendo adeguati incentivi fiscali, mentre le tasse di chi lavora restano intatte e non esistono programmi di "re-training" o formazione per un altro lavoro. Kerry sceglie di essere netto e di non fare mai il conciliante. "Il presidente sbaglia", "quello che il presidente ha appena detto ci porta al disastro", afferma senza riguardi.
Bush replica ai toni netti di Kerry con un vecchio espediente che aveva giovato a Reagan contro Carter. Parlando del suo avversario dice quasi sempre "lui" (lui dice, lui sostiene, fa presto lui ad affermare...) invece di dire il titolo e il nome, mentre Kerry dice sempre "il presidente". Nei rapporti sociali americani dire "lui" invece del nome, in un colloquio o in un dibattito, è molto sgarbato. Ma Kerry non ne ha tenuto mai conto e ha continuato a mantenere quel suo piglio fermo e tranquillo che sembra avergli giovato, sembra portarlo al sorpasso.

Un punto importante del dibattito riguarda la fede. Il moderatore aveva preso lo spunto da una frase non proprio felice di Bush che in una intervista aveva detto: "Io controllo di tanto in tanto con la più alta autorità", intendendo dire che parla con Dio. Ciò ha dato a Kerry l’occasione di apparire una persona normale. Sulla fede e la religione ha detto due cose. La prima: "Non vi chiedo di votare per un presidente cattolico. Vi chiedo di votare per il cittadino Kerry e per gli impegni che sta prendendo con voi. La seconda: non mi verrà mai in mente di usare la fede per cambiare la legge e dunque imporre la mia fede sulla fede degli altri".
Opportunamente ha ricordato il pericolo di nominare giudici (quelli che sono di nomina presidenziale) scegliendo secondo le persuasioni religiose. È un argomento sgradevole per Bush che ha promesso ai suoi elettori cristiano-conservatori di farlo per rendere sempre più difficile l’aborto. Da ieri sera le donne americane hanno saputo con chiarezza che possono contare solo su Kerry. Basterà per vincere? Ormai si dovrà aspettare la tarda notte del 2 novembre per saperlo. Ma a George Bush non gioverà di avere ripetuto: "Non ho mai detto che Osama Bin Laden non conta niente". Lo aveva detto, ben chiaro, prima dell’11 settembre. E le tv americane, tv libere di un Paese libero, hanno trovato subito, e documentato, la frase negata.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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