L'intenzione è costruire una sorta di "lobby", anche se nessuno ha usato questa parola: un gruppo di pressione che sia capace di portare i temi dello sviluppo sostenibile nei parlamenti nazionali dei paesi che affacciano sul Mediterraneo e nelle sedi di cooperazione politica regionale. Cosa ragiovenole a dirsi, molto meno ovvia da tradurre in pratica. La "lobby" che non si definisce tale si chiama "Circolo di parlamentari del Mediterraneo per lo sviluppo sostenibile" (Compsud, nell'acronimo in inglese): riunisce deputati e senatori di 14 paesi che affacciano sul mare comune ed è giunta ormai alla sua terza assemblea annuale, nei giorni scorsi a Istanbul in Turchia. Dietro alla sigla c'è un annoso lavoro di educazione ambientale condotto dall'Ufficio mediterraneo per l'informazione sull'ambiente (Mio-ecsde), organizzazione nata 15 anni fa ad Atene e sostenuta sia dall'Unione europea che dal programma delle Nazioni unite per l'ambiente (Unep): ha all'attivo materiali e strategie rivolte agli educatori, università, scuola, e anche amministratori, organizzazioni non governative e media. Area d'azione prioritaria è l'acqua, la risorsa più minacciata: gestire l'acqua dolce disponibile, conservarla, proteggerla dall'inquinamento d'ogni origine, affontare i fenomeni di desertificazione - e questo nei singoli bacini dei grandi fiumi mediterranei, quasi sempre a livello sovrannazionale. Da questo lavoro è nata una rete mediterranea di "educatori ambientali", spiega Michael Scoullos, il professore di chimica greco che ne è stato il motore: chiamata Medies, ha pubblicato un "pacchetto" di documentazione sull'acqua (autori lo stesso Scoullos e Barbara Tomassini; le traduzioni nazionali si sono aggiunte poco a poco) e ne sta preparando uno sulla gestione dei rifiuti. "Poi ci siamo resi conto che il ruolo dei parlamenti nazionali rispetto alle questioni dell'ambiente è ancora molto debole, per lo più ridotto a ratificare direttive e leggi che piovono dai governi. Così abbiamo pensato di invitare i parlamentari più sensibili e creare questo circolo", spiega ancora Scoullos. Il "circolo" serve a creare un collegamento tra organizzazioni non governative e rappresentanti eletti: aiuta le Ong perché dà loro una sponda nei rispettivi parlamenti, ma aiuta anche i parlamentari perché tiene aperto il dibattito. "Vogliamo rafforzare questa rete di parlamentari perché porti le questioni dello sviluppo sostenibile nell'assemblea euromediterranea", dice Scoullos: la Euro-Med, chiamata anche "processo di Barcellona" perché nella città catalana si tenne il vertice che ha avviato la "partnership euro-mediterranea", dove di parla di cooperazione, di libero commercio, di scambi politici. La "piattaforma" comune è il Piano d'azione per il Mediterraneo, articolazione regionale dell'Agenda 21, cioè il piano d'azione definito ormai dodici anni fa al Vertice della terra di Rio de Janeiro e diventato una sorta di "carta fondamentale" dello sviluppo sostenibile - da cui sono discesi ormai numerosissimi accordi multilaterali, programmi Onu, "partnership"... Non è automatico però che programmi e accordi multilaterali si traducano in politiche ambientali a livello nazionale, senza una pressione interna. "Non tutti i paesi mediterranei hanno neppure una commissione parlamentare sullo sviluppo sostenibile, né nel resto sui diritti umani o sui diritti delle donne", lamenta ad esempio Abdelatif Ouammou, deputato del Marocco, che non parla solo di "ong" (parola neutrale) ma di "forze sociali, gli enti locali, gli amministratori, i media, per affrontare ciò che minaccia il bene pubblico, le risorse naturali, l'ambiente". Per lo sviluppo sostenibile "servono condizioni di pace e sicurezza", butta là un rappresentante dell'Unep. "La povertà, le ineguaglianze, la mancanza di pace sono potenti aggressioni all'ambiente", fa eco Scoullos. Ma questi sono i soli accenni alla questione rimossa di tutto il dibattito del "circolo dei parlamentari del Mediterraneo": il fatto che l'acqua, e le risorse naturali in genere, non sono solo un bene da preservare ma di cui garantire accesso equo - e infatti sono oggetto di conflitto sociale e politico.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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