La sua opera poetica, raccolta nel '98, occupa 1.200 pagine e percorre tenacemente settant'anni di storia. Mario Luzi è un navigatore di lungo corso, ma non ha mai seguito rotte prevedibili. Nominato ieri da Ciampi senatore a vita, era già un senatore nel 1940, a 26 anni, quando si poteva considerare un maestro dell'ermetismo. Un altro senatore a vita, il suo amico Carlo Bo, definì la poesia di Luzi un'"immagine esemplare". Qualche anno fa fu chiesto a Giovanni Raboni di indicare la poesia più bella del Novecento e Raboni non ebbe nessun dubbio: citò una poesia di Luzi intitolata Las animas ("Fuoco dovunque, fuoco mite di sterpi, fuoco / sui muri dove fiotta un'ombra fievole"), perché, disse Raboni, "Luzi è il poeta italiano che rappresenta meglio di tutti la metamorfosi, fatta anche di continuità, della poesia italiana dopo la svolta bellica". Non c'è poeta che meglio di Luzi abbia saputo interpretare le contraddizioni del secolo passato.
Mario Luzi compirà fra poco novant'anni. È nato a Firenze ma la sua città è Siena, dove si è trasferito dodicenne con la famiglia. Alla città di Simone Martini e alla sua campagna ("il mare rosso / di pietre dilavate") ha dedicato versi memorabili. Si laurea a Firenze in letteratura francese e lì frequenta quelli che saranno i suoi amici di una vita, uniti sotto l'etichetta dell'ermetismo: Bigongiari, Parronchi, Bo. È poeta d'avanguardia, ma già considerato un classico, quando collabora a riviste come ‟Frontespizio” e ‟Campo di Marte” . Fortini ha scritto che in Luzi si legge "la certezza dell'essenza spirituale dell'universo". Probabilmente c'era in quelle parole un velato rimprovero all'astrattezza delle prime raccolte, che per un poeta "civile" qual era Fortini doveva suonare come una sorta di rinuncia. Luzi lo smentirà, scrivendo poesie immerse nella realtà e nel "cambiamento" della storia. In effetti, lo stesso Raboni individuò una continuità dal primo Luzi de La barca (1935) ai testi più recenti proprio in virtù di quell'"idea latente di genesi perpetua". Del resto, è nota la predilezione di Luzi per l'"inferno" incandescente di Dante rispetto al "limbo" rinunciatario di Petrarca, considerato per la sua generazione un padre "mite e dispotico". È vero, comunque, che i suoi esordi sono sotto il segno di un simbolismo mutuato da Mallarmé, con una quasi totale emarginazione della realtà a vantaggio di un linguaggio solenne e cifrato. Qualcuno ha parlato persino di "schifiltosità spirituale".
Con gli anni '50, Luzi assume toni decisamente diversi. È la raccolta Primizie del deserto a segnare il mutamento di rotta verso una medietà linguistica che si apre alla prosa, senza rinunciare al valore metaforico e lirico della parola. Una scelta che sempre più affonda nel "magma" e nel "corpo oscuro" delle tragedie anni '60 e '70, fino ad affrontare di petto temi caldissimi come il terrorismo. Il critico Stefano Verdino ha parlato di una "vivacità creativa sempre risorgente". Pur sposando sempre la metamorfosi, Luzi è riuscito a presentarsi assiduamente come un maestro. Da sempre un senatore a vita senza darlo a vedere. Partito dal Purgatorio dell'ermetismo, immerso nell'incandescenza dell'Inferno, nell'ultimo ventennio è risalito verso le vette del Paradiso, con quella "vertiginosa coralità filosofica" di cui sempre Raboni ha detto da par suo. Navigazione interiore, un'interiorità che ha radici cristiane: "Il cristianesimo affiorava più o meno nelle diverse stagioni, ma come sottofondo c'è sempre stato... Ogni tanto sento il bisogno di sentir messa, come diceva Manzoni". E insieme navigazione nel tempo.
"Il punto di partenza di una poesia - ha detto Luzi - è qualcosa che viene dal fondo, come il baricentro di un piccolo terremoto, come un'onda che sale su...". Attento "auscultatore" della parola poetica d'altri come critico e traduttore, scrittore di teatro, recensore e appassionato di cinema in anni lontani, persino prefatore entusiasta degli "accordi eretici" di Fabrizio De Andrè, Luzi vive la sua vecchiaia a occhi ben aperti: negli onori ("docente magnifico" al Cesare Alfieri di Firenze, a lui il Papa commissionò nel '99, il testo della Via Crucis di Pasqua) e nelle delusioni (il Nobel sempre lì lì per essergli assegnato), ma anche nelle angosce per la brutalità del presente: "Il nostro senso della vita si è incrinato - ha detto dopo l'11 settembre - ed è un'incrinatura che lavora a fondo". Un senatore sempre presente al proprio presente, come pochi altri.
Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano, nato ad Avola (Siracusa) nel 1956, giornalista e scrittore, già responsabile della pagina culturale del “Corriere della Sera”, dove attualmente è inviato speciale, ha lavorato anche per “la Repubblica” e per la casa editrice Einaudi come editor. Ha insegnato Cultura giornalistica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano. Tra le sue opere ricordiamo: la raccolta di poesie Minuti contati (Scheiwiller, 1990), l’intervista con Giulio Einaudi, Tutti i nostri mercoledì (Casagrande, 2001), il romanzo Nel cuore che ti cerca (Rizzoli, 2008), La catastròfa (Sellerio, 2011, premio Volponi), sulla tragedia di Marcinelle; Giallo d'Avola (Sellerio, 2013), Ogni altra vita (il Saggiatore, 2015), I pesci devono nuotare (Rizzoli, 2016), La parrucchiera di Pizzuto (con il nome di Nino Motta, Bompiani, 2017), Respirano i muri (con il fotografo Massimo Siragusa, Contrasto 2018) e il romanzo per ragazzi Sekù non ha paura (Solferino, 2018). Con Feltrinelli ha pubblicato i romanzi Baci da non ripetere (1994, premio Comisso per la narrativa), Azzurro, troppo azzurro (1996), Tutti contenti (2003, premi super Flaiano, super Vittorini, Chianti, finalista premio Città di Bari), Aiutami tu (2005, premio Mondello 2006), e il reportage La famiglia in bilico (2001), oltre a l’introduzione a La mite (1997) di Dostoevskij per i “Classici”.

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