Eren Keskin è di nuovo alle prese con la giustizia. Avvocata, la signora Keskin è la responsabile dell'ufficio di Istanbul dell'Associazione per i diritti umani (Ihd), e nei suoi confronti la giustizia turca ha aperto un procedimento per il reato di vilipendio delle Forze armate: è per via di alcune dichiarazioni fatte durante una conferenza sui diritti umani a Colonia, in Germania, nel 2002. Se condannata, Keskin rischia tra 6 mesi e un anno di galera. Finora però ha rifiutato di presentarsi in aula a deporre. Così venerdì scorso la corte ha ordinato il suo arresto: non è stato eseguito, ma resta una minaccia da mettere in pratica al momento opportuno. L'ordine di arresto per l'avvocata Keskin rientra nella "normale" strategia di pressione su coloro che difendono i diritti umani in Turchia - anche se non è nulla in confronto a qualche anno fa. Il momento peggiore "è stato durante la guerra", ci dice Keskin, e intende la guerra contro l'insurrezione kurda nella regione sud-orientale: "I nostri attivisti hanno subìto arresti, tortura, minacce. Quattordici dei nostri dirigenti sono stati uccisi. Abbiamo subìto continui attentati, l'ultimo nel 2001: l'ex presidente dell'associazione, Akin Birdal, si è salvato per miracolo". Anche lei ha subìto più di un tentativo di omicidio.
Incontro la signora Keskin nell'ufficio dell'Associazione per i diritti umani a Istanbul, un appartamento in un vicoletto del centro: è il giorno prima che il tribunale le appioppi il mandato di comparizione, e qualche giorno dopo il parere favorevole della Commissione europea ad aprire i negoziati per l'ingresso della Turchia nell'Unione. Guardando all'Europa, nell'ultimo anno il governo turco ha abolito la pena di morte, elargito alcuni diritti alla minoranza kurda (tra cui il diritto a parlare la propria lingua), dichiarato di voler eliminare la tortura, cominciato la riforma del codice penale - ad esempio dove tratta di violenza contro le donne.

Il negoziato con l'Unione europea potrà innescare riforme democratiche?
Vorrei chiarire che non considero l'Europa il solo standard possibile di diritti umani. Certo, il processo europeo ha portato cose positive. Ma le riforme fatte finora non bastano a parlare di democrazia. L'Unione europea ha posto delle condizioni riguardo a diritti umani e civili, certo, ma non discute il problema di fondo della Turchia, che è il militarismo. Le forze armate restano il potere essenziale: dettano la politica turca, interna ed estera. E i militari qui non sono solo una forza militare o un potere politico, sono anche una forza economica. L'esercito ha banche, società commerciali, gruppi come il Oyak, tutto esentasse. Imprese europee sono in affari con le imprese militari turche, e così rafforzano il militarismo.

Alcune riforme recenti riguardano proprio il bilancio dei poteri tra militari e civili: i grandi giornali europei hanno dato un certo risalto all'ultima legge finanziaria, dove quest'anno per la prima volta la spesa militare (4,6 miliardi di euro) è superata da quella per l'istruzione. Il Consiglio di sicurezza nazionale, considerato un governo parallelo controllato dai militari, ormai non è più presieduto da un militare ma da un civile, e ha formalmente solo ruolo consultivo.
E però questi sono solo cambiamenti di facciata e l'Europa li prende per buoni. Il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale è un civile ma non sarà mai una persona sgradita ai militari. Non siamo ingenui: ci sono anche militari senza uniforme. La vera riforma democratica sarebbe abolire quel consiglio, tout court. Il negoziato con l'Unione europea può diventare un'occasione per aprire spazi? Può essere, ma solo se ci sarà una dinamica interna, se le forze sociali turche riusciranno a usare l'occasione.

Nel frattempo l'Associazione per i diritti umani continua a denunciare torture, arresti arbitrari, "misteriose" morti a posti di blocco o in conflitti a fuoco, maltrattamenti nelle carceri. "Nella regione", che significa la regione sud-orientale kurda, gli arresti continuano "anche se non mirano più i nostri attivisti". L'Ihd sta lanciando una campagna contro la tortura. L'ex parlamentare kurda Leyla Zana è stata scarcerata, insieme alle tre persone con cui era stata arrestata, ex parlamentari kurdi come lei: "Ma non è un segno di apertura democratica, hanno scontato dieci anni e sono in attesa di appello: è stata una ben piccola concessione, un gesto rivolto all'Unione europea. E appena scarcerati, quando sono andati nella regione kurda e si sono rivolti al pubblico parlando in kurdo, sono stati interrotti dall'esercito: ora c'è un nuovo procedimento a loro carico".

Quali sarebbero, dunque, le vere riforme per democratizzare la Turchia?
Primo, bisogna che i militari cessino di dettare legge. Bisogna sopprimere leggi come il vecchio codice antiterrorismo. Sopprimere il Consiglio di sicurezza nazionale, e non solo: anche il gruppo Oyak e tutte le sue diramazioni, e poi le organizzazioni coperte di anti-guerriglia create dall'esercito. E poi la legge elettorale, con lo sbarramento al 10% dei voti, impedisce di fatto ai kurdi di essere rappresentati in parlamento. Bisogna che l'identità kurda sia riconosciuta, e che in generale tutte le minoranze - gli armeni, gli ebrei - possano avere una rappresentanza.

Lo sbarramento tiene fuori dal parlamento anche i piccoli partiti della sinistra.

Oggi la Turchia ha al governo un partito, l'Akp, che ha radici islamiste anche se si è dato un look moderno e punta la sua strategia sull'ingresso in Europa - mentre l'esercito, che si è sempre posto come baluardo dello stato laico, guarda con sospetto l'avvicinamento europeo che finirebbe per erodere il suo potere. Vede uno scontro finale tra militari e islamisti?
Non credo che la Turchia sia davvero un paese laico: non è una laicità democratica. Tutti gli affari religiosi qui sono gestiti dallo stato, nei licei l'insegnamento della religione è un obbligo.

Già: sono statali anche le scuole teologiche, imam- hatip, e negli anni `70 il governo le ha parificate ai licei, così uno studente di teologia può poi accedere all'università: da allora leve di giovani islamici sono entrati nelle università e poi nelle professioni (e hanno nutrito l'ondata di conservatorismo religioso emerso infine come forza politica).
"I militari hanno sempre avuto bisogno di creare un nemico nazionale", continua Eren Keskin: "Ogni epoca ha avuto il suo nemico, fin dal tempo degli armeni. Poi sono stati i kurdi. Il nemico serve a dare una ragione e una legittimità al potere dei militari, e a perpetuarlo. L'Akp ha sostegno popolare, ha la legittimità dei voti. Entrambi, l'Akp e l'esercito, cercano di mantenere un equilibrio. Certo, ci sono fissure: ad esempio l'Akp sa che esistono organizzazioni coperte anti-guerriglia e ne ha paura. Anche per questo punta sull'Europa e vede nell'Unione europea un sostegno".

Vuol dire che le correnti politiche islamiste sono un altro "nemico nazionale" creato dai militari?
Non credo che l'islam politicizzato sia una minaccia alla nazione come dicono i militari. Constato anzi che è stato proprio l'esercito a creare gruppi come Hizbollah, che ha usato per combattere il Pkk nella regione kurda.

Il nome degli Hizbullah non era forse comparso nelle indagini sugli attentati dell'anno scorso qui a Istanbul, contro le sinagoghe e il consolato britannico?
Certo, e la polizia è arrivata facilmente a loro perché li conosceva benissimo, li aveva usati in passato contro i kurdi. È di quelle cose che tutti sanno, ma il governo ha messo tutto a tacere. Certo, quello islamista è un movimento conservatore e minaccia i diritti delle donne. Dico però che non è una minaccia al sistema, come pretendono i militari.

È piuttosto una sfida politica, e uno dei problemi - dice Keskin - è che le forze della sinistra sono fragili. "La società civile organizzata è fragile, quella turca e quella kurda. La sinistra, o anche i sindacati, spesso sono rimasti dentro all'ideologia ufficiale: per esempio rifiutando di riconoscere che c'è una guerra in corso contro una minoranza nel territorio nazionale. Abbiamo bisogno di movimenti capaci di decostruire l'ideologia ufficiale, e questi movimenti saranno antimilitaristi e femministi. Anche la sinistra, per crescere, dovrà accettare gli argomenti antimilitaristi e femministi".
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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