Quanto guadagnavano Simona Torretta e Simona Pari? La domanda, in un altro Paese, apparirebbe strana e offensiva. Non da noi, dove una parte della stampa e della Tv, profondamente irritata dal fatto che quelle due donne, invece che tornare avvolte nel tricolore per i riti funebri cari alla destra sono tornate vive, persino allegre e con una loro opinione non governativa sui fatti iracheni, ha posto con reiterata petulanza la domanda, buttando là cifre inventate, perché in condizioni di regime mediatico puoi fare quello che vuoi. Nessun altro giornale o programma Tv solleverà un’obiezione. Sulle calunnie alle due ragazze nessun giornale italiano si è fatto sentire. E così cresce ogni giorno la divaricazione clamorosa fra il nostro Paese e il resto del mondo. Rocco Buttiglione è indegno di ogni incarico in Europa ma politico di punta e simbolo della fede in Italia. Le due Simone sono eroine d’Europa per ‟Time Magazine” che dedica loro la copertina. Ma, nel nostro Paese, sono loschi personaggi che si tenevano lontane dalle armi e forse erano persino pagate per fare volontariato in mezzo alle bombe.
Però, in questa Italia, non toccate prestigio, reputazione e persino definizione professionale di uomini armati. In quel caso non si scherza. Nell’esaminare l’evento del rapimento in Iraq di quattro italiani che all’ambasciata italiana non risultavano essere in Iraq e che si erano recati per proprio conto e su contratto in quel Paese di guerra per una non meglio precisata ‟attività di sicurezza”, un imprudente giudice di Bari ha scritto che la mansione dei quattro può essere definita "mercenari, gorilla a protezione di uomini d’affari e fiancheggiatori delle forze della coalizione angloamericana". Il giudice aggiunge che questo "spiega, se non giustifica, l’atteggiamento dei sequestratori". Probabilmente il giudice voleva descrivere un tragico ma tipico evento di guerra. E non deve essersi accorto che proprio qui toccava un filo rosso. Come si permette di parlare in questo modo di uomini armati che fanno la guerra per professione?
Il ‟Corriere della Sera” non si era mai accorto, neppure in una riga o nelle pagine di costume, della diffamazione giornalistica delle due volontarie inseguite anche in vacanza da finti reporter persuasi che deve pur esserci qualcosa di ignobile nella vita di un pacifista. Ma sulle parole usate dal giudice di Bari (”mercenari”, ‟gorilla”, ‟fiancheggiatori”) per definire il mestiere armato di scorta privata in zona di guerra, ha un sussulto. Intitola in prima: ‟Un lessico da brivido” e trova una spiegazione: ha ragione chi dice che la magistratura è inquinata dall’ideologia. Per un piccolo infortunio è sfuggito all’editorialista del ‟Corriere” della Sera che il giudice di Bari ha simpatie definite ‟di destra”. Evidentemente è comunque segno di inquinamento ideologico definire fatti e persone usando le parole suggerite dal dizionario. Per esempio definire ‟mercenario” qualcuno che va per un compenso alla guerra di altri, in un altro Paese.
Il 21 ottobre (il giorno prima del grido di indignazione del ‟Corriere della Sera”) il ‟New York Times” intitolava su due colonne in prima: ‟Mercenario, che mestiere è?” per aprire un’inchiesta su ciò che la stampa americana definisce ‟la guerra privata” che si svolge in Iraq accanto alla guerra di eserciti. Nella stampa americana l’accento è sulla connotazione privata dell’attività mercenaria. In Italia, evidentemente, è sulla nobiltà del portare le armi invece dell’andare in giro per l’Iraq di invertebrati pacifisti, per godersi ‟vacanze eccitanti”, come è stato detto del povero Enzo Baldoni. Infatti ci sono due morti italiani in questa terribile e misteriosa guerra lungo una frontiera che non si vede e con un nemico che non si conosce. Uno è Quattrocchi, la cui salma debitamente ritrovata e restituita viene indicata come simbolo al giudice di Bari affinché si renda conto della sua indegnità. L’altra è di Enzo Baldoni, il cui cadavere nessuno ha riportato a casa, e forse nessuno ha cercato. Il fatto è che Baldoni non era armato, non viveva del mestiere delle armi e - fatto inconcepibile in questa Italia di neo-legionari - nelle armi non credeva. Era uno di quei pacifisti contro cui il vice-premier Fini ha scatenato i giovani del suo partito invocando guerra. Forse fa onore ai ragazzi di An avere ignorato il grido barbaro e antico del loro leader. Ma i giornali stanno attenti. Sanno che nell’Italia di Berlusconi gira un’aria vendicativa. E allora chi ha voluto, nella stampa di destra, ha dato del cialtrone a Enzo Baldoni vivo e a Enzo Baldoni morto. E nessuno - negli altri giornali - ha avuto un solo brivido di indignazione. È vero, Baldoni è morto senza lasciare alcuna frase memorabile, o almeno nessun ministro degli Esteri si è fatto premura di comunicarcela una decina di volte al Tg 1 e una decina di volte a Porta a Porta. Ma, si sa i regimi hanno le loro esigenze. Che cosa volete che dica di memorabile un pacifista? Al massimo ‟non voglio morire in guerra”. Ma una frase così come la metti nei loro libri e nei loro programmi che sono stati retrodatati agli anni Trenta?
E infatti è tornato Mussolini. È tornato fra i suoi figli e i suoi nipoti e i suoi simili a Porta a Porta in una serenata di celebrazioni e di affetti. Nessun brivido sui giornali italiani. Eppure c’era il nome di Mussolini in apertura e chiusura del pacchetto delle leggi che ordinavano nei dettagli la persecuzione razziale degli ebrei, definito da molti storici il più perfetto e il più crudele in Europa, modello e stimolo per la persecuzione in Jugoslavia, Romania, Ungheria, Bulgaria (ma in Bulgaria i fascisti locali si sono ribellati e hanno rifiutato le leggi italiane) e in tutte le parti d’Europa in cui l’Italia di Mussolini ha dato una mano alla Germania di Hitler per rendere più efficace e crudele lo sterminio.
Di nuovo appare la distanza e la vergogna dell’Italia di fronte all’Europa. In Germania scrittori e registi denunciano un film su Hitler, ritenuto un ritratto morbido del dittatore. In Italia va in onda la celebrazione di Mussolini per milioni di spettatori isolati e indifesi. Per prudenza nessuno apre bocca (solo ‟l’Unità” e un articolo di Curzio Maltese) e nessuno, nessuno, ha un brivido. Se un giudice osasse ricordare il reato di apologia del fascismo, lo si riterrebbe immediatamente ‟inquinato dall’ideologia” come il giudice di Bari, si invocherebbe subito un intervento punitivo del Csm, magari un’ispezione ministeriale.
La strategia della destra Fini-Berlusconi-Lega-Udc - che, come si vede, riesce piuttosto bene a zittire e intimidire il Paese, in modo da fare apparire matto chi parla da solo - non fa soltanto una campagna di affermazione e celebrazione di se stessa (armi, nobiltà dei combattenti, grandezza dello scontro, guerra di civiltà, un sistema ferreo di controllo sulle parole e di mobbing sui comportamenti, linciaggio delle ragazze di ‟Un ponte per...”, tolleranza zero sulla indiscutibile gloria degli uomini armati). Invade tranquillamente il campo avversario con accuse spaventose che - come sempre, in questa ignobile Italia delle comunicazioni - verranno debitamente diffuse ma non commentate, lasciate lì come se fossero vere o plausibili.
Per esempio, Maurizio Gasparri, ministro delle Comunicazioni e autore (come firmatario) della legge ‟Berlusconi per Berlusconi” sulla televisione, apre una intervista su ‟Libero” (molto letta alla radio, molto citata alla televisione) con queste parole: "Prodi ha molte persone nel suo giro che meriterebbero di stare in galera. E mi auguro che tra gli elettori della signora D’Antona non ci siano persone che alla morte del marito non si sono dispiaciute". E aggiunge: "Per esempio Bassolino. È stato ministro del Lavoro. Non ha qualche idea sugli amici delle Br?".
Gasparri rappresenta tutt’ora (nonostante le svolte del suo partito) una cultura politica nel cui ambito molte inchieste giudiziarie hanno collocato l’ispirazione di stragi: Banca dell’Agricoltura, Piazza della Loggia, Stazione di Bologna, attentati ai treni. Ma nessun brivido giornalistico induce qualcuno a ricordarlo. Gasparri ha consuetudine con le carte di polizia e sa che le ultime rivelazioni ci dicono che ‟Prodi era pedinato (dalle Br) fin dentro la chiesa”. Tutto ciò importerebbe al ministro normale (destra o sinistra non conta) di un Paese normale, nel quale un’opinione pubblica normale esige informazione plurima e libera. Non sto dicendo che Gasparri è stato francamente fascista. Si può cambiare. Non è accaduto. Gasparri usa, valendosi del potere, falsificazione, calunnia, rovesciamento della responsabilità sulle vittime (la volgarità verso Olga D’Antona) usa strumenti oggettivamente fascisti. Gasparri li può usare liberamente attraverso i suoi molti giornali, tutte le televisioni che controlla per conto di Berlusconi. Gasparri ha una certezza: non ci sarà alcun brivido nella stampa ‟libera”.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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