Un ricco affare, i diamanti, ma non per chi li estrae dalla terra: non, soprattutto, per i cercatori artigianali. Estrarre i diamanti può essere un lavoro artigianale o un'industria moderna e meccanizzata. Dipende dalla natura del terreno e del giacimento: ce ne sono di sotterranei, e allora scavarli è questione di miniere con gallerie che si addentrano nel profondo. E ci sono i diamanti alluvionali, trascinati nel letto dei fiumi dalle grandi piogge: cercare diamanti allora è il lavoro artigianale, pale e setacci e giornate con i piedi nel fango a scavare, setacciare, lavare. Una vita miserabile, e un guadagno da sussistenza. Due organizzazioni che conoscono bene la filiera dei diamanti hanno condotto un'indagine "sul campo" in tre paesi - Angola, Repubblica Democratica del Congo e Sierra Leone - dove la produzione alluvionale è importante e occupa suppergiù un milione di cercatori: nessuno fa più di un dollaro al giorno di media, un reddito da "povertà assoluta". L'indagine è di Global Witness, organizzazione che ha sede a Londra e si occupa del legame perverso tra alcune materie prime naturali e i conflitti; e di Partnership Africa Canada, organizzazione canadese. Sono due tra le organizzazioni di aiuti internazionali o per i diritti umani che negli anni `90 hanno denunciato come i diamanti siano stati usati da eserciti ribelli e regolari per finanziare alcuni dei più sanguinosi conflitti africani (proprio nei tre paesi qui considerati: Angola, Congo e Sierra leone). Li chiamavano "diamanti insanguinati": le loro denunce hanno portato a indagini delle Nazioni unite, embarghi, e infine a un negoziato multilaterale chiamato "Kimberley process", dal nome della città sudafricana dove si riunirono per la prima volta i rappresentanti dei paesi produttori e compratori di diamanti e le maggiori imprese minerarie e commerciali. Il Kimberley process (Kp) si è infine tradotto in un accordo entrato in vigore il 1 gennaio del 2003, sponsorizzato dal'Onu: dice che ogni diamante grezzo deve avere un certificato del governo del paese esportatore, in modo da garantire che non venga da zone di guerra (nessuno potrà vendere né comprare gemme senza quel certificato). Ogni paese è responsabile di ciò che afferma, il suo certificato va preso per buono, e non c'è un sistema obbligatorio di ispezioni - cosa che le organizzazioni per i diritti umani considerano una debolezza del sistema. C'è però un sistema di monitoraggio volontario che si è dimostrato efficace, dopotutto: al punto che, dopo un'indagine del Kp, nella primavera di quest'anno la Repubblica democratica del Congo è stata espulsa per evidenti violazioni.
Da ieri a Ottawa, in Canada, il Kimberley Process tiene la sia annuale assemblea plenaria: ci sono i rappresentanti di ormai oltre 40 paesi, delle industrie e imprese commerciali, e delle Nazioni unite. Ed è ben per questo che Global Witness e la Pac hanno diffuso la loro indagine su come i diamanti perpetuano la povertà per chi li cerca ( Rich man, poor man: Development diamonds and poverty diamonds. Una seconda indagine analizza invece la fragilità dei meccanismi di controllo interni a molti paesi: The Key to Kimberley: Internal diamond controls. Vedi www.globalwitness.org). Dimostrano che i diamanti alluvionali non produrranno mai un gran reddito per i governi in questione, perché è di fatto impossibile tassare una produzione così frammentata e artigianale. Soprattutto, descrivono la povertà dei cercatori, gente che lavora "in proprio" ma spesso deve pagare protezioni a chi controlla il territorio, o agli intermediari che ricomprano le loro pietre: "lavorano in un'economia-casinò, sperano di diventare ricchi", ma riescono solo a mantenersi con i piedi nel fango; il mito del guadagno però continua ad attrarre persone senza altre chances economiche - mentre violenza, furti, e contabbando sono rampanti. "Finché i cercatori di diamanti africani non avranno un reddito decente per il loro lavoro", fa notare Ian Smillie di Partnership Africa Canada, "le gemme saranno sempre un fattore destabilizzante in questi paesi".
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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